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I dubbi sui cecchini del week end a Sarajevo

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Negli ultimi tempi è tornata a circolare la voce per cui centinaia di occidentali ricchi avrebbero pagato per sparare sui civili, durante l’assedio di Sarajevo (1992-1995). Sull’argomento sono stati realizzati documentari, pubblicati libri ed è pure in corso una indagine della Procura di Milano. Un articolo di Balkan Insight esamina l’argomento, suggerendo scetticismo: il tema è trattato anche, dietro pagamuro, sulla newsletter “Complotti!”

Nel corso della Guerra in Bosnia, l’esercito serbo che circondava Sarajevo non si limitò a bombardarla, ma incaricò anche dei cecchini, appostati sulle alture, di sparare ai civili: per quasi tre anni gli abitanti della città furono costretti a vivere nascosti, rischiando la vita ogni volta che correvano fra una trincea e l’altra. Nel 1995 due profughi dissero a una ONG italiana che alcuni di questi cecchini venivano da altri paesi, incluso il nostro, ma all’epoca quelle accuse non poterono essere corroborate. Più di recente un documentario sloveno e un libro italiano sono tornati sul tema, sostenendo che 400 persone (di cui 230 italiani) parteciparono a questi “safari umani”, pagando l’esercito serbo cifre che variavano a seconda dell’identità delle vittime. Non ci sono però testimoni diretti, e le uniche due fonti indicate per nome danno ricostruzioni contraddittorie, oltre a contestare entrambe numeri e dettagli forniti dal libro. Anche dal punto di vista tecnico, queste operazioni avrebbero necessitato di una logistica difficile da mantenere in quel contesto.

Ovviamente ci sono stati dei soggetti esteri che hanno partecipato alle guerre nell’ex Jugoslavia e all’assedio di Sarajevo in particolare: ma si trattava di foreign fighter inquadrati in formazioni militari, o gruppi ideologicamente motivati che hanno allestito formazioni paramilitari, non certo di cecchini del week end. Come spiega una ricercatrice citata nell’articolo:

According to Kolaric, part of the problem is a general confusion between the issue of volunteer fighters, mainly Serbs from outside Bosnia as well as some Russians and other mercenaries, and foreigners who allegedly paid for the apparent thrill of killing. “In the former Yugoslavia, there were a ton of foreign fighters in every single army in the conflict,” she said. “Those people aren’t those safari tourists. There is a lot of confusion and a lot of noise without any facts, actually.”
What is so disappointing, she added, is that not a single Bosnian Serb sniper has ever been prosecuted for terrorising Sarajevo. “We have the documents, we have the direct orders from the Bosnian Serb Army that every unit needed to have a specific number of snipers,” Kolaric told BIRN. Instead, she said, “we have the whole moral panic about this story, but [we] don’t talk about the victims, we don’t talk about responsibility. We talk about a few incidents that we can’t confirm yet.”

 


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