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Il dibattito sulla «tessera a punti» per la salute

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Su lavoce.info un dibattito sulla proposta della «tessera a punti» per la salute di Guido Bertolaso.

La proposta dell’Assessore al welfare lombardo mira ad incentivare i cittadini a partecipare a vari programmi di salute pubblica. Più si partecipano a programmi di prevenzione e di salute pubblica (o si tengono comportamenti corretti e salutari), più si riceverebbero degli incentivi ancora da definire.

“Se conduci uno stile di vita corretto e salutare puoi guadagnare dei punti che poi ti permettono di ricevere degli incentivi che possono essere diverse modalità di premialità”, ha detto Bertolaso. Una sorta di ‘gara’ che spinga le persone a curarsi di più, per raggiungere un livello di salute generale più elevato. E a popolazione in salute, corrispondono anche minori spese che gravano sulla sanità pubblica.

Da una parte la voce critica di Vitalba Azzollini:

In un’epoca in cui il ricorso alle tecnologie diventa sempre più invasivo, la valutazione degli impatti del loro utilizzo sulla dimensione privata degli individui dev’essere oltremodo attenta. Il rischio è che iniziative oggi configurate come stimoli a comportamenti virtuosi possano evolvere in una valutazione sistematica dei cittadini ai fini più vari. Peraltro, in un sistema liberale, non può ritenersi auspicabile che una autorità decida, con un certo paternalismo, i comportamenti da seguire in base a una scala di valori da essa definita. Infine, la tendenza in atto a incentivare il cittadino a cedere propri dati personali in vista di un “premio” non può che destare allarme in chi reputa che la privacy sia un diritto inviolabile, e non invece un bene monetizzabile.

Dall’altra Sergio Beraldo e Gilberto Turati che vedono gli aspetti positivi della sistema premiale:

Sul piano dei principi, considerare esecrabile l’idea che “in un sistema liberale una autorità decida (…) i comportamenti da seguire” contraddice ampiamente la posizione liberale che si vuole difendere. Questa tradizione di pensiero è infatti unanime nel ritenere che un’autorità di governo possa guidare i comportamenti individuali se da tali comportamenti deriva un danno ad altri; un’estensione del principio del danno di John Stuart Mill. Si tratta, nel caso in questione, di correggere una conseguenza negativa, che si manifesta come incremento dei costi del servizio sanitario pubblico dovuta alla scelta, da parte degli individui, di non effettuare attività di prevenzione. Il paternalismo non c’entra nulla, se per paternalismo s’intende, correttamente, la sovra-imposizione delle preferenze dell’autorità di governo a quelle dei cittadini, sulla base dell’assunto che la prima sappia meglio dei secondi ciò che è meglio per essi. Anzi, si rischia di cedere a una prospettiva paternalista laddove si mette in guardia chi decide di cedere volontariamente i propri dati in cambio di un premio.


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