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Il governo iracheno sospende i pagamenti di stipendi e pensioni a chi vive in territori controllati dall’IS

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Su suggerimento di @Ander Elessedil

Il New York Times, riprendendo una notizia di Reuters, racconta la recente decisione del governo iracheno di sospendere tutti i pagamenti che venivano ancora effettuati ai dipendenti pubblici e ai pensionati che vivono nei territori sotto il controllo dell’IS.

Il governo iracheno, anche dopo la disastrosa perdita di Mosul del giugno 2014, aveva continuato a pagare mensilmente salari e pensioni a tutti i beneficiari, con il tacito (e ovvio) consenso dello stesso Stato Islamico (la stessa cosa, su scala minore, avviene anche in Siria).
La decisione rispondeva alla necessità di mantenere un legame con i propri funzionari e con i cittadini che dipendono dal welfare, fra cui gli ex-poliziotti ed ex-militari, oltre che a permettere il funzionamento delle strutture pubbliche (università, ospedali, scuole, acquedotti, dighe e opere agricole, ecc..). Nell’articolo si stima, su fonti governative, che circa 400.000 persone beneficiavano di questa fonte di reddito. L’ovvia conseguenza era quella di fornire un costante flusso di risorse allo stesso califfato, nella forma di tasse sul reddito (es. zakat) e del semplice fatto che quei soldi venivano messi in circolo dai cittadini, beneficiando l’intera economia. Milioni di dollari al mese entravano così nelle casse dell’IS.

Da luglio, nell’ambito degli sforzi per combattere l’IS, è stato deciso di non effettuare più questi pagamenti. L’obiettivo è proprio quello di tagliere le fonti di finanziamento dei salafiti-jihaditi di Mosul, e magari obbligare le persone ad abbandonare quelle città, riducendo la base di supporto dell’IS.
Le critiche non mancano, per una serie di motivi, il principale dei quali è che, se è vero che le tasse su queste fonti di reddito generano un’importante afflusso di risorse, questa fonte non è l’unica. Al contrario, per quasi tutti coloro colpiti dal provvedimento, quello stipendio o quella pensione erano l’unica risorsa, spesso anche l’unica per famiglie numerose. Le parole del governo, che afferma di registrare tutte le posizioni e di risarcire interamente un cittadino qualora il suo luogo di residenza venisse liberato dall’esercito o lui e la sua famiglia si spostassero in un territorio sotto il controllo governativo, pare non convincano molto, dato che l’IS controlla meticolosamente gli spostamenti e lo status di rifugiato interno non è molto appetibile.

Spingere nella miseria milioni di cittadini iracheni aiuterà la lotta all’IS? O spingerà molti ragazzi a cercare uno stipendio proprio dall’IS, arruolandosi? Si genereranno flussi di profughi in fuga da quelle zone, ancora maggiori degli attuali? Si vedranno rivolte contro il controllo dell’IS? Oppure i cittadini (in larga parte sunniti) ascolteranno ancora di più la propaganda del califfo, incentrata da sempre sul vittimismo, raffigurante l’oppressione di uno stato nemico e sciita contro le popolazioni sunnite irachene?

 

Immagine “Centro finanziario di ISIS a Raqqa” by DoD graphic [Public domain], via Wikimedia Commons


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