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La Macedonia cresciuta nel mito dell’unità jugoslava

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Un articolo di Rumena Bužarovska su Internazionale racconta, attingendo ai propri ricordi d’infanzia, cosa significa essere cresciuta in un paese come la Macedonia: le tensioni razziali che permeano le relazioni con gli altri, persino fra bambini; il senso di appartenenza ad un paese grande e orgoglioso come la Jugoslavia; la figura incombente di Tito, morto lo stesso anno in cui l’autrice è nata.

I bambini giocavano a nascondino o a “partigiani contro tedeschi”, le bambine si inventavano storie di principesse. Mi ricordo di quella volta che giocavo con altre due bambine ed ero finita a litigare con una di loro. Si chiamava Viki. Mi metteva in cattiva luce davanti a Beti, l’altra bambina. Strizzando gli occhi, diceva sprezzante: “Stai giocando con una bambina greca”.

Ricordo ancora di come le parole di Viki mi avessero lasciata di stucco. La mia risposta fu rapida e nervosa: con aria di superiorità e tono da saputella le dissi che vivevamo nel paese dove “fratellanza e unità” erano la regola. Tornai a casa arrabbiata e raccontai ai miei familiari l’accaduto; ricambiarono con grasse risate.

La Macedonia nacque con un “senso di  inferiorità” verso quello che era stata la Jugoslavia, la cui eredità fu raccolta invece dalla Serbia, un’eredità irrimediabilmente perduta per via della guerra.

Non avrei visto l’Adriatico. Né le stalattiti, le stalagmiti e gli anfibi protei delle caverne di Postojna, in Slovenia. Nemmeno il punto in cui il Danubio e la Sava si incontrano, a Belgrado. Il pensiero mi feriva. In un certo senso per anni non mi è mancato niente di jugoslavo, fatta eccezione per lo spazio geografico. La Macedonia sembrava fuori da quello spazio: troppo a sud, proprio come la Slovenia era troppo a nord. Non era mai stato importante per noi, che parliamo una variante esotica della lingua slava compresa dagli altri solo a metà, essere considerati fan spensierati di musica da discoteca, che mangiano pomodori e peperoncini sulla riva di un bel lago.

Per non sentirsi così fuoriposto, i macedoni hanno cominciato a pronunciare i suoni del “ch” e del “dzh” in modo ancora più duro, a ostentare la loro conoscenza della lingua serba e a citare in continuazione film o canzoni della Jugoslavia degli anni ottanta.

L’articolo è parte di una serie dedicata a commemorare i trent’anni della dissoluzione della Jugoslavia, iniziata nel 1991 con la dichiarazione d’indipendenza della Slovenia.

Immagine: veduta di Ohrid, Macedonia del Nord, da Pixabay


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