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La pittura autosufficiente di Salvo

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Gianluca Carchia su Lo Sbuffo pubblica un ricordo di Salvatore Mangione, in arte Salvo, artista tornato prepotentemente alla pittura dopo una vivace esperienza nell’arte concettuale e politica.

Siciliano, cresciuto e vissuto a Torino, Salvatore Mangione vive appieno l’esperienza parigina del 68 e riporta in Italia il desiderio di esprimere attraverso il suo lavoro d’artista i sentimenti e i concetti movimentisti. A Torino entra a far parte del gruppo dell’arte povera e le sue opere di quel periodo sono pregne di una potente valenza concettuale e soprattutto politica.

Tra il 1969 e il 1972, Salvo espone opere dalla forte valenza concettuale e politica. Infatti, la sua ricerca poverista incontra il concettualismo americano di Kossuth, Barry e Lewitt, che Salvo utilizza nella serie delle Lapidi. In queste opere sono già evidenti le linee di ricerca di Salvo: ricerca dell’io; l’autocompiacimento narcisistico; il rapporto con il passato e con la storia della cultura.

Nel 1973 avviene per Salvo una vera e propria svolta, in controtendenza con le principali correnti artistiche di quei tempi: torna pienamente alla pittura, abbandonando l’arte concettuale per arrivare a un completo recupero dell’arte figurativa e del paesaggismo. Una scelta che fu anche criticata.

Nel 1976 Salvo definisce meglio la sua ricerca, in quanto inizia a dipingere paesaggi utilizzando colori squillanti per definire cavalieri tra rovine architettoniche e visioni di colonne classiche, studiate nei vari momenti del giorno e della notte. Mentre, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, i suoi quadri diventano sempre più sintetici e tendenti al monumentale, dove la figura umana e la vegetazione lasciano spazio a vedute cittadine eteree e autonome.

Un brano di una sua intervista riesce forse meglio di tante parole a spiegare il suo ritorno ai pennelli:

Io non ho mai inteso far parte di un gruppo, ma solo di un diffuso bisogno di esprimersi con nuovi mezzi. A un certo punto ho sentito la monotonia anche di questo: chiunque fosse andato in galleria e avesse collocato una riproduzione della Venere di Botticelli e poi vi avesse gettato sopra dei barattoli di vernice faceva la sua bella figura. Allora mi son detto: se costoro al di là di tutto, vogliono stare nel museo dei quadri, perché non accettare anche la sfida della pittura? Perché negarsi il piacere del colore? […] Io sono stato letteralmente conquistato dalla pittura e qualcosa che mi da spazio, che mi apre conoscenze, idee.

Il pieno successo arriva negli anni ottanta a premiare un artista cui si riconosce un percorso intellettuale ed espressivo culminato in una pittura povera, che rende protagoniste nelle sue opere forma e sostanza:

L’intervento minimo, povero ed essenziale si fonde con l’obiettivo di realizzare l’idea del paesaggio e non il paesaggio stesso. Il realismo incontra l’intelletto, che Salvo utilizza magistralmente per realizzare un ambiente sospeso, eterno e misterioso. Sono soggetti ricorrenti nelle sue pitture, che tendono a essere influenzate dalle teorie psichedeliche di Huxley e del glam rock dei T. Rex. Con un uso sapiente dei colori, Salvo porta l’osservatore in un viaggio cromatico, dove le superfici si sfaldano nei volumi sotto l’effetto della luce senza soluzione di continuità. L’idea dell’intervento artistico nella realtà e nella tradizione della pittura di paesaggio si realizza con un intervento semplice, tramite nuove realtà dalla forte carica poverista.

Affari Italiani illustra lo studio della Fondazione Sorgente Group che ripercorre la storia e la bellezza di via della Consolazione, una strada scomparsa di Roma che rivive in un dipinto di Salvatore Mangione.

La Via della Consolazione, protagonista del dipinto proveniente dalla collezione E. Greco di Roma, era uno degli scorci più interessanti, romantici e suggestivi di tutto il centro di Roma, tanto da essere scelta anche nel celebre film “Vacanze Romane”, come luogo d’incontro tra la principessa Anna (Audrey Hepburn) e il reporter Joe Bradley (Gregory Peck): alle loro spalle i due protagonisti del film incrociano i loro destini proprio davanti all’Arco di Settimio Severo sedendosi sul parapetto della via.

Secondo lo studio sull’opera – realizzato dalla Fondazione Sorgente Group, presieduta da Valter e Paola Mainetti – l’opera di Salvo intitolata «Veduta di Via della Consolazione» trasmette in modo perfetto l’atmosfera che il pittore voleva creare attorno al paesaggio e può essere letta in modo metaforico come l’attimo fissato sulla tela durante un inarrestabile cambiamento.

… la testimonianza visiva di una strada considerata fra le più belle e suggestive al mondo, immolata sull’altare del progresso. Un sacrifico ritenuto comunque necessario per tutelare uno dei parchi archeologici più importanti del mondo. E non a caso Salvo la volle dipingere con la luce del tramonto, quasi a sottolineare il crepuscolo di una Roma decadente ma ancora autentica, destinata a cambiare inesorabilmente con il passare del tempo.

Una presentazione del lavoro dell’artista è consultabile sul sito Salvo: Home – Archivio Salvo.


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