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Le vere radici della rabbia americana [EN]

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A cura di NedCuttle21(Ulm)

Nel 1977, i residenti della tranquilla e borghese cittadina di Greenfield, nel Massachusetts, dove negli anni ’70 il numero di chiese pare superasse addirittura quello dei bar, ricevettero per posta un curioso questionario nel quale si chiedeva loro di rispondere ad alcune domande relative ad episodi di cui avessero un nitido ricordo e dai quali fossero scaturite reazioni rabbiose. Lo scopo del questionario, realizzato da James Averill, insegnante di psicologia presso l’Università del Massachussets di Amherst, era quello di ricavare informazioni dettagliate sulle varie fasi di tali esplosioni di ira e sugli effetti prodotti nel comportamento degli individui verso cui esse erano state indirizzate. Dalla lettura delle risposte, Averill dedusse con sua sorpresa che nella maggioranza degli episodi conflittuali descritti la rabbia aveva costruttivamente prodotto dei sensibili miglioramenti, rendendo più placide e propense al dialogo le parti in causa. Ma se da un lato, come nel caso di cui sopra, si può parlare di rabbia costruttiva, dall’altro occorre non perdere di vista quel tipo di risentimento ben più pericoloso che pare oggi trasudi gran parte delle società occidentali, in particolare quella statunitense, e classificabile come “indignazione morale”. Della differenza tra questi due tipi di rabbia e del processo che può portare dalla prima alla seconda e finanche a una terza forma ancor più grave, pericolosa e potenzialmente distruttiva – nonché della possibilità che il risentimento popolare possa essere strumentalizzato, per mero interesse personale o corporativo, da parte di soggetti cinici che operano nei più disparati campi – parla un lungo articolo pubblicato su The Atlantic a firma del giornalista Charles Duhigg. Nel pezzo, Duhigg passa in rassegna alcuni esperimenti sociali sulla rabbia – come quello condotto di recente in un sobborgo conservatore di Tel Aviv -, ripercorrendo al contempo la storia di alcuni movimenti alla cui guida leader riflessivi e carismatici hanno saputo contenere il risentimento dei cittadini che si proponevano di rappresentare, trasformandolo in energia positiva e convogliandolo, attraverso azioni dimostrative, incisive ma non violente, verso il conseguimento di obiettivi giusti e migliorativi.

The plan, on the face of it, seemed crazy. A group of Israeli social scientists wanted to conduct an experiment disguised as an advertising campaign. The ads would run in a small, conservative Tel Aviv suburb, where many people were religious and supported right-wing politicians. The goal was to persuade the residents to abandon their anger toward Palestinians and agree that Israel should freeze construction of Jewish settlements in Gaza and the West Bank, among other concessions. The suburb they were hoping to convert, Giv’at Shmuel, was known for being strenuously opposed to anything associated with peaceniks, liberals, or anyone who said anything good about peaceniks or liberals. A few years earlier, residents had stood along a highway to throw rocks at passing cars simply because they suspected that the drivers might be headed to a gay-pride march. The proposed experiment ran counter to most of psychology’s conventional teachings. The best-known theory regarding how to reduce conflict and prejudice within a population was known as the “contact hypothesis”: If you can just get everyone who hates each other to talk in a controlled, respectful manner, this doctrine holds, they’ll eventually start speaking civilly. They won’t like each other. But prejudices may fade, and moral outrages will mellow. The researchers figured that the contact hypothesis had clearly been developed by someone who had never visited Israel. Polls in Giv’at Shmuel were very clear. The residents didn’t want to spend time with Palestinians. They also didn’t want a bunch of academics lecturing them on how to become more open-minded. So the researchers came up with a clever idea. Don’t tell everyone in Giv’at Shmuel that they’re wrong. Tell them that they’re right: A perpetual war with Israel’s neighbors made a lot of sense. If anything, the people of Giv’at Shmuel ought to be angrier.

Immagine: Commons Wikimedia

 

 


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