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Reykjanes, la penisola che ha cambiato la storia della geologia

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A cura di @NedCuttle21(Ulm).

Il Tascabile pubblica un estratto da Il libro dei vulcani d’Islanda. Storie di uomini, fuoco e caducità, edito da Iperborea. L’autore, lo statistico pugliese Leonardo Piccione, da anni coltiva un rapporto privilegiato con l’Islanda.

La penisola di Reykjanes scorre sotto i finestrini e le facce incuriosite degli americani, per molti di loro sarà l’unico fotogramma islandese della vita. Non stanno atterrando per rimanere ma per ripartire: se vieni dagli Stati Uniti e vuoi andare ad Amsterdam, o a Berlino, o a Parigi, insomma nell’Europa propriamente considerata, molto spesso ti conviene fare scalo e fermarti un’ora o una notte in Islanda.

La penisola di Reykjanes è lì sotto e non dice nulla, non ha grandi montagne e nemmeno grandi idee; che presti il suo fianco più riparato all’unico aeroporto internazionale del Paese, quella è una decisione altrui, non certo sua. Sta di fatto che da più di cinquant’anni questo uncino di terra spelacchiata è il primo pezzo d’Islanda che ogni straniero avvista, e senza troppa ammirazione a dire il vero. Perché questo sputo di penisola è per lo più lava, lava nera e patacche di ghiaccio. Certi giorni il mare che la insidia pare quasi una promessa, un abbozzo di evasione, eppure in fondo in fondo nemmeno lui la dice giusta. Sono secoli che i marinai della zona riferiscono di strane interferenze: in quel tratto di oceano le bussole sembrano perdere l’orientamento; gli aghi magnetici – che dovrebbero guidare – si ubriacano.

Immagine da pxhere.


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