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Sfatare il mito del borgo italiano

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Rivista Studio presenta il libro di Anna Rizzo “I paesi invisibili – Manifesto sentimentale e politico per salvare i borghi d’Italia” (Il Saggiatore) in cui l’antropologa racconta la realtà dei borghi italiani, paesi dai quali molti si allontanano e altri, con fatica, cercano di tornare.

La Rizzo, che ha alle spalle molti anni di studi e di esperienza sul campo nella rivitalizzazione dei paesi abbandonati, lo fa cercando di superare la comune retorica sull’argomento, che spesso dipinge i borghi, i paesini e le contrade, dove vivono e abitano ancora 17.000.000 di italiani, come semplice serbatoio di tradizioni bucoliche, rifugio dalla canicola, scrigno di specialità alimentari. Anna Rizzo ci descrive i borghi come terre suggestive e difficili, dove effettivamente ci sono italiani giovani che decidono di tornare e dove il prezzo che pagano, quando lo fanno, è altissimo.

È la storia di come il marketing dell’abbandono a scopi turistici abbia digerito decenni di letteratura, poesia, antropologia, ricerca sociale, per creare un prodotto seducente costruito sul senso di colpa.

Ne parla anche Bell’Italia del libro di questa “antropologa arrabbiata“:

Ora non occorre essere tutti antropologi per sapere che quello che descrive Anna Rizzo nel suo saggio I paesi invisibili. Manifesto sentimentale e politico per salvare i borghi d’Italia (Il Saggiatore) è quanto di più vero sia sotto i nostri occhi a ogni latitudine del nostro Paese, dalle Alpi all’Appennino, dai Nebrodi al Supramonte. Realtà acuita in questi ultimi anni dalla pandemia, ma prima ancora da terremoti e devastazioni, per arrivare all’oggi del supercaldo che ha sciolto i pochi ghiacciai rimasti mettendo a repentaglio sistemi di vita antichissimi e delicati basati sul ciclo della natura. “Territori in sofferenza” quindi, che l’autrice ha conosciuto e continua a esplorare per documentare e cercare di dare una visione politica ampia e completa su una delle tante emergenze che si va a incardinare su spopolamento, sfruttamento, malavita, cinismo di progettazione megagalattiche, corsa all’accaparramento di fondi europei senza un vero progetto completo di vero sviluppo territoriale e sociale. Su tutti questi problemi s’inserisce il falso sensazionalismo legato ad esempio al cosiddetto “ritorno rurale” al paesello dovuto alla pandemia e conseguente lavoro da casa, un ritorno verso borghi sperduti che sarebbe positivo se realmente il territorio rivivesse non solo legato a sporadiche tecnologiche presenze.

Protagonisti del bel libro di Anna Rizzo (Il Saggiatore) le migliaia di piccoli paesi del Nord e del Sud che rappresentano il trenta per cento del territorio nazionale. Luoghi fragili, in molti casi colpiti da emergenze ambientali, dove anni di abbandono e di spopolamento hanno innescato una catena di gravi problemi legati a scuola, sanità, trasporti, socialità, per chi è rimasto a presidiare ruderi o fatiscenti comunità.

Per i tipi della Donzelli Editore è uscito anche il libro “Contro i Borghi – Il bel paese che dimentica i paesi”, un saggio a più mani sul tema tornato di grande attualità in seguito agli stanziamenti inseriti nel PNRR:

Le stesse politiche pubbliche (si pensi al «Bando borghi» del Pnrr o alle iniziative delle case a 1 euro) soffrono di questa distorsione sistematica. Visto dai centri delle grandi città e con gli occhi di una classe dirigente (politica, economica, intellettuale) sempre più urbana per categorie e riferimenti culturali, se non per nascita e capitale sociale, il borgo diventa così il comodo e informe contenitore dove riporre, deformandola, l’alterità dei territori. Come se i territori del margine non avessero un loro carattere autonomo e differenziato, non fossero da riabitare anzitutto fin dalla vita quotidiana delle persone.

Il saggio è stato recensito anche dal blog Grimpeur, ospitato dal Il sole 24 ore, insieme a un secondo libro sul tema, uscito sempre per la Donzelli,  dal titolo “L’Italia lontana. Una politica per le aree interne”, a cura di Sabrina Lucatelli, Daniela Luisi e Filippo Tantillo.

Proprio nei giorni in cui le risorse del Ministero di Franceschini sono state assegnate anche ai 229 ulteriori borghi (a fronte di 1800 candidature), che portano a casa 380 milioni di € (i restanti 200 andranno alle imprese), un editore attento al tema come Donzelli ha pubblicato due saggi collettivi che cercano di fare luce sul tema, sui limiti delle scelte del Governo e su cosa si è fatto, si poteva fare e si dovrebbe fare, per riparare il solco sempre più profondo tra la polpa e l’osso del nostro Paese, tra le aree metropolitane che crescono (alcune ben di più di altre) e le aree periferiche che deperiscono.

Frizzifrizzi – un magazine online di cultura visiva –  descrive, nell’articolo intitolato “I borghi muoiono, i paesi vivono: l’intervento di CHEAP a Belmonte Calabro con La Rivoluzione delle Seppie”, il progetto di cui parla anche Anna Rizzo nel suo libro.

Alla base dell’affascinante lavoro di quello che si autodefinisce “iper-collettivo” — essendo formato da varie realtà — c’è l’idea di operare «nei vuoti dei territori, sia fisici che virtuali, alla ricerca di gusci abbandonati, occupando lo spazio e assumendone la forma. Vogliamo creare un nuova comunità alimentandola attraverso l’interscambio di conoscenze per abitare un luogo temporaneamente ma in maniera costante. Siamo alla ricerca di un nuovo modello di vivere e lavorare collettivamente, in contrapposizione a una cultura del lavoro iperspecializzata e competitiva».

Dal sito della Rivoluzione delle seppie l’approccio metodologico al tentativo di riattivare culturalmente le aree marginali per sperimentare diversi metodi di vivere e lavorare collettivamente.

La nostra priorità metodologica è stata quella di sviluppare strategie urbane che rafforzino l’identità della Calabria, in particolare Belmonte Calabro, attraverso la creazione di eventi e workshop di auto-costruzione, ad esempio proponendo la riattivazione di spazi pubblici ed edifici, coinvolgendo attori chiave tra cui migranti, gente del luogo e studenti nazionali ed internazionali.

Le Seppie mirano a creare un modello, sia nell’approccio che nella pratica, per la creazione di progetti innovativi nelle aree rurali e marginali. Il loro lavoro mira a lanciare e testare progetti per migliorare la situazione locale in modo efficace, oltre che a proporre un esempio per informare il più ampio dibattito sulla riproposizione e la valorizzazione dei villaggi rurali europei nel contesto attuale. Intervenendo sui tre target evidenziati dai risultati dei sondaggi e dalla strategia ideata: gli studenti, i migranti (intesi anche come professionisti in nomadicità), i giovani ‘agenti attivi’ nazionali ed internazionali e il mondo accademico.

– Integrato con le segnalazioni di Ogeid3 –


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