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Storie e denunce di chi smista i pacchi Amazon a Passo Corese

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A cura di @NedCuttle21(Ulm).

Su Internazionale, il reportage di Angelo Mastrandrea sulle condizioni di lavoro nel centro di distribuzione Amazon di Passo Corese.

B. è convalescente da qualche mese. Dopo appena un anno di lavoro come picker, a prelevare libri e altri oggetti, la sua mano sinistra era paralizzata dal dolore. B. lavorava nel centro di distribuzione aperto da Amazon nel settembre 2017 a Passo Corese – poco più di seimila abitanti tra le verdeggianti colline della Sabina, trenta chilometri a nord di Roma.

“La mano si è bloccata per la tensione muscolare causata dai movimenti ripetitivi”, dice, preferendo che non si faccia il suo nome.

Lavora per Amazon dal giorno in cui ha aperto, il 24 settembre 2017, prima con un contratto a termine con un “monte ore garantito” – “ma in realtà ho lavorato da subito a tempo pieno” – e poi, qualche mese dopo, con un contratto a tempo indeterminato. Mima il gesto, sempre lo stesso, ripetuto cinquecento volte all’ora – “ma si arrivava anche a seicento”, ricorda – per sette ore e mezza di lavoro, intervallate da una pausa di mezz’ora, e per cinque giorni consecutivi alla settimana, che diventavano sei quando c’erano i picchi di ordinazioni.

Il suo racconto fa tornare alla mente il Gian Maria Volontè di La classe operaia va in paradiso – il film di Elio Petri che, in pieno capitalismo fordista, mostrò le condizioni di lavoro alla catena di montaggio in fabbrica arrivando a vincere il festival di Cannes nel 1972 – anche se qui siamo in uno dei santuari della più grande piattaforma di ecommerce al mondo, con una capitalizzazione a Wall street di più di mille miliardi, seconda solo ad Apple.

Immagine da Flickr – Scott Lewis.

 


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