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In questi giorni, lavandomi le mani in continuazione, ripenso spesso a una poesia di Borges, una delle prime cose di Borges che ho letto, durante l’adolescenza, e che avevo ricopiato su un quadernetto.

Si chiama “Istanti” ed è un elenco di rimorsi, una lista di cose che Borges avrebbe voluto fare e rimpiangeva di non aver fatto. Ma non è una poesia di Borges. È un falso, e di qualità piuttosto infima: avrei voluto viaggiare di più, essermi fatto meno problemi, aver avuto più momenti felici… Se solo potessi avere una seconda possibilità, “ma vedete, ho 85 anni e so che sto morendo”.

“Istanti”, con la firma di Borges, è diffusissima, erroneamente citata in articoli e libri, riportata su fotomontaggi di rose e tramonti, e letta in decine di video amatoriali su YouTube. Per una di queste vie era arrivata anche a me, all’epoca, quando a diciotto anni non avevo ancora mai letto nient’altro di Borges né sapevo distinguere una bella poesia dalla paccottiglia.

Capisco però le ragioni del successo di un falso d’autore come questo: in fondo è confortante pensare che un vecchio saggio, anzi, proprio Borges, il vecchio saggio per eccellenza, vecchio saggio cieco, uno che ha conosciuto gli abissi dell’infinito e ha esplorato le vette del taoismo e dello gnosticismo, alla fine, tirando le somme, possa tornare da te per dirti che ha capito che le cose che contano davvero nella vita non sono i grandi tormenti dell’intelletto ma soltanto le piccole gioie quotidiane.

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