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The Myth of the Alpha Wolf

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Fra i lupi il Maschio Alfa viene identificato come il capobranco, l’animale che guida gli altri, che accede per primo al cibo e che ha accesso alle femmine “migliori” dal punto di vista riproduttivo.

In effetti le cose non stanno proprio così. Il sito e podcast Skeptoid racconta di come una teoria elaborata a partire da dati ottenuti dall’osservazione di animali in cattività, e smentita dal suo stesso autore, sia diventata la base per giustificare un sacco di cose: dall’addestramento dei cani, alla vendita di costosi corsi per la crescita personale, alla retorica sulla mascolinità.

Today on Skeptoid, we’re going to trace the alpha wolf from a 1947 study at a Swiss zoo, through a bestselling book that cemented it in popular culture, to the scientist’s own correction that took more than 20 years to be heard. We’ll look at how a flawed extrapolation from captive animals became the philosophical foundation for everything from ineffective dog training methods to a male ranking system that sells supplements and self-improvement courses. This is the story of a myth that science killed but culture refuses to bury.

L’idea del lupo alfa nasce nel 1947 dagli studi dello zoologo Rudolf Schenkel: osservando dei lupi nello zoo di Basilea, tenuti in cattività in un luogo ristretto e non imparentati fra loro, effettivamente osservò la prevalenza di comportamenti aggressivi e commise l’errore di considerare quel comportamento “naturale” e non causato dalle condizioni non adatte in cui gli animali dovevano vivere: un po’ come studiare gli esseri umani in prigione e trarre conclusioni sulla società in generale.

Alcuni decenni dopo il biologo L. David Mech scrisse un libro che includeva le conclusioni di Schenkel, contribuendo a diffondere il mito del lupo alfa nella cultura popolare. Il libro fu pubblicato negli anni ’70 del secolo scorso, ed ebbe grande successo.

Tuttavia negli anni successivi Mech iniziò a studiare i lupi nel loro habitat naturale, vivendo per 13 estati sull’isola di Ellesmere, nel nord del Canada. Le sue osservazioni ribaltarono completamente il modello gerarchico: i branchi selvatici sono quasi sempre famiglie, composte da una coppia riproduttiva e dai loro cuccioli. Non esistono lotte per il dominio: i genitori guidano il gruppo come farebbero genitori umani, e i giovani, una volta maturi, si allontanano per formare un proprio branco.

In fact, in 13 summers, Mech didn’t see a single fight for dominance. The so-called “alphas” led the pack not through aggression but through a division of labor, with the female tending to and defending the pups and the male doing most of the hunting and foraging. Mech’s conclusion was that calling the leader of a wolf pack the “alpha” is no more meaningful than calling a human parent the “alpha” of their family.

Mech pubblicò questi risultati nel 1999, dimostrando che la figura del “lupo alfa” è un mito basato su condizioni artificiali. Tuttavia il suo vecchio libro, che diffondeva l’errore, rimase in circolazione per altri 23 anni.

Il mito ha avuto conseguenze concrete. Nell’addestramento dei cani ha portato a metodi basati sulla dominanza e sulla sottomissione, resi celebri da programmi come Dog Whisperer di Cesar Millan, che prevedono punizioni fisiche, immobilizzazioni e intimidazioni. Le principali associazioni veterinarie statunitensi hanno condannato queste pratiche, spiegando che aumentano ansia e aggressività, mentre il rinforzo positivo è molto più efficace.

Parallelamente, l’idea del maschio alfa è diventata un pilastro della cultura online: modelli di virilità, coaching motivazionale, integratori “testosterone‑boosting”, corsi per “liberare il proprio alfa interiore”. Tutto questo si fonda su una metafora che la scienza ha smentito da decenni, ma che continua a prosperare nella cultura popolare. Il linguaggio alfa/beta è diventato infatti la base concettuale della cosiddetta manosfera: un vasto ecosistema online di influencer, coach e creatori di contenuti che offrono consigli su mascolinità, successo, relazioni e fitness. Non si tratta di un fenomeno marginale: secondo un sondaggio del 2025 della Fondazione Movember che si occupa di promuovere la salute maschile, quasi due terzi dei giovani uomini tra 16 e 25 anni seguono regolarmente questi contenuti, e corsi come quello di Andrew Tate hanno raccolto centinaia di migliaia di iscritti (a 50 dollari al mese, come minimo).

Molti ragazzi cercano in questi spazi guida, sicurezza, identità — bisogni reali e comprensibili. Il problema è la pretesa scientifica che sostiene l’intero sistema, una sorta di “foglia di fico biologica” che permette a un’ideologia di presentarsi come scienza. Senza di esso, “sii dominante e avrai successo” è solo un’opinione; con esso, diventa “lo dice la natura”. Ma la natura — almeno quella dei lupi — non dice nulla del genere. In altre specie esistono gerarchie reali, come negli scimpanzé. Tuttavia anche lì il maschio alfa non è un tiranno violento: ottiene il suo status attraverso cooperazione, generosità e diplomazia. Il punto non è negare che esistano gerarchie nel mondo animale, ma criticare l’uso selettivo e ideologico di una singola specie per giustificare modelli sociali umani.

You can search the animal kingdom for societies that match your chosen ideology, and you’ll probably find one. The problem isn’t that the alpha wolf is a myth, it’s that cherry picking any single species to justify a human social model is bad science. What actually happened here is straightforward: A reasonable study of captive animals was overgeneralized, a popular book cemented the error, and the scientist who wrote it spent the rest of his career trying to take it back.

L’articolo si chiude con una considerazione: la scienza ha corretto se stessa, ma la cultura no. Così un’osservazione sbagliata su lupi stressati in un recinto minuscolo è diventata la base filosofica di un’industria multimiliardaria.


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