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Un modello di lavoro intellettuale: in ricordo di Salvatore Veca

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Gianfranco Pellegrino su Le parole e le cose e Mario Ricciardi intervistato da Jacopo Tondelli su Gli Stati Generali ricordano Salvatore Veca, filosofo e accademico italiano morto il 7 ottobre 2021.

Ricciardi parte da una descrizione autobiografica. Per lui Veca era un mondo nuovo e sconosciuto — soprattutto al sud, «il mondo della Feltrinelli, del Saggiatore, della Centro Studi Politeia»; Veca rappresentava con il suo riformismo e la sua filosofia impegnata il tentativo (riuscito) di avvicinare socialisti e marxisti. Successivamente — durante gli studi accademici — Veca era la persona che aveva portato in Italia un insieme di idee totalmente nuove (la «Teoria della giustizia» di Rawls, Walzer, Nozick, Williams e Nagel). Infine, Veca era tra i filosofi che contribuirono alla nascita del Partito Democratico. Un filosofo che aveva nell’impegno una seconda natura e sempre attento ai problemi della società:

Era un suo grande cruccio: non vedeva una nuova generazioni di filosofi della politica e di studiosi di etica pubblica partecipare al dibattito pubblico. Perché, del resto, gran parte del suo lavoro era stato orientato al far dialogare la filosofia con le scienze sociali, a spingere la filosofia ad esporsi con idee chiare e comprensibili per contaminare davvero la storia, evitando di inseguire l’oscurità delle parole per “elevarsi”.

Pellegrino segue questa analisi: non è nell’introduzione di autori nuovi in Italia o nel porsi al di là dei «due campi» culturali che si esprime la cifra dell’azione di Veca, bensì nel modello di filosofia pubblica.

Veca non ha mai esitato a intervenire nella discussione pubblica, a tutti i livelli. Anzi, per molto tempo, si è impegnato, come dicevo sopra, nella politica militante, facendo scelte molto controverse e subendone le conseguenze. Eppure, in tutto questo non ha mai fatto tre mosse che sono invece diventate tipiche del modello oggi preponderante di intellettuale pubblico: Veca non ha mai assunto, né cercato pose da divo: non ha evitato le apparizioni, ma non le ha mai cercate. Le ha sfruttate, non le ha subite. In secondo luogo, Veca ha creduto profondamente nella funzione dell’università: per lui la filosofia (anche la filosofia pubblica) è sempre stata la filosofia che si fa nelle università, con certi strumenti, e a partire da una certa expertise. Infine, l’estrema chiarezza del suo linguaggio, la ricerca, talvolta, anche di uno stile cordiale ed elegante non hanno mai significato per lui semplificazione, banalizzazione o corrività. Questa è forse l’eredità migliore della filosofia analitica che Veca ha trasmesso.

Immagine: Università di Pavia, Salvatore Veca.


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