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Freddie Mercury e l’epica da stadio

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Un articolo di Doppiozero, dal titolo Freddie Mercury e l’epica da stadio, ci racconta la figura iconica del mai dimenticato cantante e frontman dei Queen.

L’articolo prende avvio nell’agosto del 1975, quando i Queen entrano nei Rockfield Studios in Galles per registrare Bohemian Rhapsody, il brano che li consacrerà nell’Olimpo del rock. Da qui, Antonini costruisce un racconto che intreccia analisi musicale, storia della band e soprattutto la figura di Freddie Mercury come artefice di una nuova forma di spettacolarità: un’epica da stadio capace di fondere teatro, rock e cultura pop.

Il saggio di Jack Boss citato nel testo mostra come Bohemian Rhapsody sia tutt’altro che una rapsodia caotica: la canzone segue una struttura sorprendentemente rigorosa, articolata in sezioni che vanno dall’introduzione alla ballad finale. Questa complessità formale, però, non è un esercizio accademico: è il riflesso della personalità di Mercury, del suo gusto per la contaminazione e della volontà dei Queen di superare i confini della forma-canzone tradizionale.

Jack Boss, professore di teoria musicale e composizione all’Università dell’Oregon, fa notare come i motivi che compongono quel brano si succedano in modo fin troppo organizzato per essere considerati, a dispetto del titolo, rapsodici, e riassume così la struttura della canzone: 1. Introduzione; 2. Esposizione del tema, ripetuto due volte; 3. Transizione (assolo di chitarra); 4. Primo sviluppo (parte operistica); 5. Secondo sviluppo (parte hard-rock); 6. Conclusione (ballad).

Antonini sottolinea come già Killer Queen avesse anticipato questa direzione: melodie raffinate, echi beatlesiani, teatralità leggera, ironia, hard rock, opera, vaudeville. I Queen diventano così un crocevia improbabile tra Gilbert & Sullivan, Monty Python, il burlesque e i Led Zeppelin. Mercury, con la sua voce e la sua presenza scenica, è il centro di questa miscela: un performer che pensa la musica come spettacolo totale, unendo melodramma, rock e comicità.

L’articolo suggerisce che l’“epica da stadio” dei Queen nasce proprio da questa capacità di trasformare ogni brano in una piccola scena teatrale, ogni concerto in un rito collettivo. La pomposità, la grandeur, l’esagerazione non sono eccessi gratuiti, ma strumenti per creare un immaginario condiviso, un linguaggio emotivo immediato e universale. Mercury diventa così non solo un cantante, ma un eroe pop, capace di guidare il pubblico come un coro tragico contemporaneo.

Il citato film Bohemian Rhapsody si chiude, nell’ultimo quarto d’ora di pellicola, con l’esatta ricostruzione, minuto per minuto, nota dopo nota e mossa dopo mossa, dell’esibizione dei Queen al Live Aid nel luglio del 1985. Un’esibizione, quella dei Queen nello stadio di Wembley un tardo pomeriggio di quarant’anni fa, fra una star e l’altra (la loro esibizione era stata preceduta da quella degli U2 e dei Dire Straits, seguita da quella di David Bowie, degli Who e di Elton John), che non è esagerato definire memorabile, a suo modo perfetta, una performance senza la minima sbavatura

In definitiva, Antonini mostra come Bohemian Rhapsody e l’estetica dei Queen non siano anomalie isolate, ma il risultato coerente di un percorso artistico che ha trasformato il rock in un teatro aperto, inclusivo, spettacolare — e Freddie Mercury nel suo interprete più luminoso.

Ve la ricordate l’asta del microfono di Freddie Mercury? […] L’asta del microfono era un’estensione del suo corpo e al tempo stesso un oggetto col quale mettere in scena un rituale dalla fortissima valenza erotica. Un arnese di lavoro trasformato in strumento di piacere. Impossibile togliergli gli occhi di dosso.


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