Il substack The Artist Economy discute gli aspetti economici dei servizi di streaming musicale, e le prospettive nell’immediato futuro, partendo da un’intervista ad uno dei protagonisti storici del settore, Jimmy Iovine, secondo il quale “i servizi di streaming sono a un passo dall’obsolescenza“.
Storicamente, le major discografiche (come RCA, Philips e Sony) non possedevano solo i diritti musicali, ma anche l’hardware necessario per l’ascolto (giradischi, mangianastri, CD player). Oggi, le etichette hanno perso questo controllo: dipendono da giganti tecnologici terzi (Apple, Google, Amazon e Spotify) che possiedono la distribuzione, gli algoritmi e, soprattutto, i dati dei clienti.
A differenza del video streaming (dove Netflix o HBO competono con contenuti esclusivi), i servizi musicali offrono tutti esattamente lo stesso catalogo di 100 milioni di brani. Questa mancanza di differenziazione trasforma la musica in una commodity simile all’elettricità o all’acqua, portando a una svalutazione inconscia del prodotto da parte del consumatore.
Il modello di business delle piattaforme di streaming indipendenti (come Spotify) è considerato “non funzionante” rispetto a quello di aziende come Netflix, perché in queste i costi sono fissi rispetto al numero di utenti, mentre i costi delle piattaforme musicali aumentano linearmente con il numero di utenti; infatti, il 70% di ogni dollaro guadagnato deve essere pagato ai titolari dei diritti.
Aziende come Apple e Amazon possono permettersi di perdere denaro con la musica perché la usano per vendere altri prodotti (iPhone nel primo caso o abbonamenti Prime nel secondo), mentre Spotify non ha questa possibilità.
L’articolo critica le piattaforme per essere diventate dei semplici “sportelli bancomat” che non favoriscono l’interazione tra artisti e fan. Spotify, in particolare, viene accusato di proteggere i dati degli ascoltatori per mantenere il controllo, impedendo agli artisti di costruire una vera comunità o di possedere un contatto diretto con il proprio pubblico.
L’articolo denuncia il sistema di pagamento attuale come una “truffa”. Il denaro degli abbonamenti finisce in un unico fondo comune e viene distribuito in base alla quota di mercato totale; questo significa che i soldi versati da un fan di nicchia finiscono per sovvenzionare le mega-star del pop anziché sostenere gli artisti effettivamente ascoltati dall’utente. Le conclusioni sono pessimistiche:
Stiamo assistendo alla morte del “pubblico di massa” e alla nascita della “micro-comunità”. L’industria musicale ha trascorso decenni ossessionata da come far sì che un milione di persone ascoltassero una canzone una sola volta. Il prossimo decennio sarà caratterizzato da artisti che cercheranno di capire come far sì che 1.000 persone si interessino per sempre a lei.


Commenta qui sotto e segui le linee guida del sito.