Artribune e Finestra sull’arte segnalano una vicenda curiosa: nel 2019 una tavola, raffigorante la Madonna col bambino, è stata messa in vendita, a offerta libera, dalla casa d’aste Pandolfini di Firenze – Era descritta come “Scuola italiana, secolo XIX, Madonna con Bambino”. Nonostante l’assenza di un prezzo minimo il dipinto dev’essere stato conteso da più di un acquirente, risltando venduto per più di 37 mila euro. L’acquirente presenta regolare domanda di esportazione denunciando un valore di 38 mila euro.
Il dipinto viene esaminato, la commissione dell’Ufficio Esportazione rilascia un verbale in data 3 luglio 2020 in cui dichiara di ritenere che “il dipinto a tempera su tavola raffigurante una Madonna col Bambino reca in denuncia l’attribuzione a scuola italiana in stile bizantino, ma sul retro ha vergata la seguente iscrizione: dipinta da Alfonso Martorelli Fiori Bologna [ndr: in realtà la scritta è Alfonso Martorelli Fiorì in Bologna] anno 1850. […] Si tratta di un’opera di qualche interesse in rapporto alla devozione locale a questa venerata immagine; dal punto di vista della qualità è un lavoro modesto che può ottenere l’attestato di libera circolazione”. Il Ministero dunque non pone vincoli sull’opera, che può uscire dall’Italia. […]
Due anni dopo, è l’ottobre del 2022, il dipinto viene messo in asta da Christie’s nella vendita Old Masters Evening Sale prevista l’8 dicembre 2022, dove è proposto come opera del Maestro del Battistero di Parma, artista attivo tra il 1240 e il 1270, con una stima di 300mila sterline, dieci volte il valore dichiarato. […]
Il Ministero della Cultura chiede dunque a Christie’s la sospensione della vendita, e riesce a ottenerla.
Da allora a oggi c’è stato un tira e molla giuridico in cui lo stato ha preteso la restituzione dell’opera all’Italia citando come causa della decisione sbagliata di lasciare uscire il dipinto la descrizione sbagliata dell’opera e il privato che ha cercato di far valere il proprio diritto di proprietà dopo aver acquistato l’opera, averla sottoposta a parere e aver ricevuto, dallo stato stesso, il permesso di esportarla. Alla fine il Consiglio di Stato ha dato torto allo stato: il dipinto è stato esportato lecitamente e il permesso concesso non può essere revocato.
A monte della vicenda molti criticano il sistema delle notifiche in vigore in Italia: questo sistema prevede la possibilità per lo stato di notificare un’opera d’arte come di interesse nazionale, bloccando così la possibilità di esportarla. Un articolo nella rivista Lex&art nota:
La dichiarazione di interesse culturale rappresenta uno degli strumenti più incisivi previsti dal Codice dei beni culturali. Una volta notificata, l’opera entra in un regime giuridico speciale che comporta obblighi, limitazioni e controlli particolarmente rigorosi. Sotto il profilo teorico il sistema appare coerente. Nella pratica emergono però criticità che il settore conosce da molti anni. La notifica limita fortemente la circolazione internazionale dell’opera, riduce il numero dei potenziali acquirenti, incide sul valore economico del bene e rende più difficile l’accesso ai principali mercati internazionali. A ciò si aggiungono i costi diretti che il proprietario deve sostenere – restauro, manutenzione, sicurezza, assicurazione – senza che l’ordinamento preveda, nella generalità dei casi, forme di compartecipazione pubblica o agevolazioni proporzionate all’entità del sacrificio.
In numerosi casi il risultato concreto non è una maggiore fruizione pubblica dell’opera ma semplicemente la sua permanenza in una collezione privata italiana, spesso lontana dagli studiosi, dal pubblico e dagli stessi musei. Si produce così un paradosso: lo Stato impone vincoli stringenti in nome dell’interesse collettivo, ma la collettività non può godere del bene né partecipa ai costi della sua conservazione. L’opera rimane in una sorta di limbo giuridico che non giova né al proprietario né alla comunità. È quindi legittimo domandarsi se l’attuale sistema raggiunga sempre gli obiettivi che si propone. La conservazione fisica di un’opera sul territorio nazionale coincide necessariamente con la sua valorizzazione? La risposta non è sempre positiva, e il paradosso della fruizione pubblica mancata è forse la critica più severa che si possa muovere all’impianto attuale.


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