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Chi viene lasciato indietro rischia di non tornare più a scuola

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Cristian Raimo riflette su Internazionale sui rischi che la didattica di emergenza attivata in seguito all’esplosione della crisi epidemica potrebbe comportare per gli studenti più vulnerabili.

La dispersione scolastica, le disuguaglianze nell’apprendimento, il ritorno dell’analfabetismo letterale e funzionale saranno questioni centrali nella politica dei prossimi anni. Il 27 marzo l’Unesco evidenziava uno degli effetti più impressionanti della pandemia: 1,6 miliardi di studenti hanno smesso di andare a scuola. E il rischio è che tanti interrompano il loro percorso scolastico o che lo seguano con grande irregolarità.

In Italia gli studenti sono dieci milioni. Nove milioni tra scuola primaria, medie e superiori; un milione tra infanzia e nido. Migliaia stanno rimanendo indietro, non potendo o non riuscendo a seguire la didattica a distanza. Tanti faticheranno a recuperare e costituiranno una sorta di generazione covid, caratterizzata dalla mancanza di opportunità e dall’emarginazione.

Il comunicato stampa dell’Istat del 6 aprile fotografa una condizione allarmante per il diritto all’istruzione, anche al netto dell’emergenza pandemica. Nel periodo 2018-2019, il 33,8 per cento delle famiglie non ha computer o tablet in casa, una quota che scende al 14,3 per cento tra le famiglie con almeno un minore. Solo nel 22,2 per cento delle famiglie ogni componente ha a disposizione un computer o un tablet. Nel centro-sud il 41,6 per cento delle famiglie è senza computer in casa (rispetto a una media di circa il 30 per cento nelle altre aree del paese) e solo il 14,1 per cento ne ha a disposizione almeno uno per ciascun componente.

Immagine da pixabay.

 


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