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Come fa l’Iran a resistere

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Per capire il conflitto bisogna guardare alla storia lunga della Repubblica islamica dell’Iran, alla sua idea di sovranità e al modo in cui ha costruito la propria resilienza: ne parla Vali Nasr, in un articolo riportato da Startmag.

Le élite politiche iraniane ritengono che sia stata la Rivoluzione Islamica del 1979 ad aver reso davvero indipendente il loro paese, dopo più di un secolo di interferenze straniere, e che l’attuale regime sia l’unico baluardo contro gli Stati Uniti che vorrebbero assoggettarlo di nuovo. Dal loro punto di vista, la guerra contro gli USA è un conflitto esistenziale, da cui dipende la sovranità dell’Iran. Inoltre, l’attuale classe dirigente si è formata all’epoca della guerra con l’Iraq (1980-1988), un conflitto sanguinosissimo, che il paese affrontò senza veri alleati. Il risultato di questa mentalità, e di questo trauma collettivo, è che le strutture politiche ed economiche sono state concepite per essere resilienti in caso di conflitto: la produzione di cibo e armi è il più possibile autarchica, e infrastrutture e catene di comando sono costruite in modo da non dipendere da un singolo punto o da una singola persona. Anche la promozione dell’ “Asse della Resistenza” non aveva tanto l’obiettivo di “esportare la rivoluzione”, ma di spostare all’esterno la linea del fronte della guerra contro USA e Israele, e di rendere più costosi eventuali attacchi contro Teheran. Il coronamento di questa strategia, però, è stato l’uso massiccio di droni economici costruiti in patria, e l’utilizzo del blocco dello stretto di Ormuz come mezzo di deterrenza.

L’attuale guerra ha dato più potere ai Pasdaran e all’ala più aggressiva del regime, e ha mobilitato la parte di popolazione che lo sostiene. Resta da capire se ora il governo si appoggerà solo ad essi, o se tenterà di allargare la propria base di consenso.

La Repubblica islamica, sin dall’inizio, non è stata costruita per essere popolare. È stata costruita per essere resiliente.

Sul piano del consenso ha fallito e continuerà a fallire. Ma le sue strutture — dai Basij alla Guardia rivoluzionaria, dal sistema di promozione ideologica al modo in cui coltiva il 15-20 per cento della popolazione che costituisce il suo zoccolo duro — sono state pensate come strumenti di sopravvivenza.

Una parte di questa architettura deriva dalle esperienze di guerra. Un’altra dal fatto che il regime si percepisce da quarantasette anni in lotta con la principale superpotenza del mondo. Un’altra ancora dagli anni iniziali della rivoluzione, quando molti dirigenti furono assassinati in una sorta di guerra civile strisciante contro la sinistra.

La Repubblica islamica non dipende da una sola persona. È un sistema multinodale. È anche per questo che appare caotica e corrotta: non c’è un’unica autorità che domina tutte le altre. Ci sono molteplici centri di potere — nel clero, nelle forze armate, nella burocrazia, nella magistratura, tra gli oligarchi, nel settore economico — collegati fra loro in modi differenti.

Questo spiega perché, anche dopo l’eliminazione di numerosi comandanti dei Guardiani della rivoluzione, il sistema non sia collassato. Resta in piedi, si riorganizza, si adatta.

 


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