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Crisi, catastrofe, rivoluzione

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Il Tascabile pubblica una lunga intervista all’economista Emiliano Brancaccio, autore del saggio Non sarà un pranzo di gala. Crisi, catastrofe, rivoluzione, edito da Meltemi.

Nell’intervista Brancaccio, partendo da una riflessione sulle cause economiche della guerra in Ucraina (tra cui, secondo lo stesso Brancaccio, ci sarebbe da considerare il cosiddetto friend shoring, una sorta di agenda politica protezionista messa in campodall’indebitato Occidente – che secondo lo studioso sarebbe uscito sconfitto dalla globalizzazione – per ostacolare l’espansione capitalistica dei creditori d’Oriente), analizza le ragioni dietro le tendenze politiche delle giovani generazioni, discutendo al contempo di come la concentrazione del potere politico ed economico in sempre meno mani, l’aumento delle disuguaglianze e la contrazione degli spazi democratici costituiscano un cortocircuito, interno al sistema, che alimenta la disillusione.

Continuano le conversazioni della redazione con intellettuali capaci di aiutarci a leggere la guerra in corso, alla ricerca di uno scambio con punti di vista che possano restituire la complessità e la portata di quanto sta accadendo. L’intervista di oggi è con l’economista Emiliano Brancaccio, Professore di politica economica presso l’Università degli Studi del Sannio, a Benevento, tra i principali esponenti delle scuole di pensiero economico critico. Seguiamo Brancaccio da quando siamo venuti a conoscenza dei suoi lavori più recenti: Democrazia sotto assedio. La politica economica del nuovo capitalismo oligarchico (Piemme, 2022) e Non sarà un pranzo di gala. Crisi, catastrofe, rivoluzione (Meltemi, 2020), due saggi capaci di individuare le tendenze generali della fase storica che stiamo attraversando: su scala globale, una centralizzazione del potere in sempre meno mani che conduce inevitabilmente a una contrazione dello spazio democratico.

Ci interessava in particolare la sua capacità di portare un punto di vista radicale in sedi istituzionali che, da profani, immaginiamo restie alla critica che invece Brancaccio sa esercitare. Siamo partiti allora dalla guerra in Ucraina, come abbiamo già fatto con Marco D’Eramo, Alfonso Desiderio e Maria Chiara Franceschelli, ma siamo arrivati a toccare un’ampia rete di aspetti macroeconomici e politici della contemporaneità, e ne abbiamo approfittato per farci chiarire alcuni punti delle sue analisi. Il risultato è una conversazione ambiziosa, dallo sguardo ampio, ma che speriamo possa servire a orientarci, in modo molto pragmatico, a capire se e come possiamo sperare di avere voce in capitolo sul nostro futuro.

Brancaccio dipinge un quadro a tinte fosche sulla crisi della democrazia occidentale, stretta dalla progressiva concentrazione del potere economico in pochissime mani. In questo scenario, Brncaccio esprime apprezzamento per i movimenti critici, da Porto Alegre ai movimenti Occupy, ma ne evidenzia anche tutti i limiti strutturali.

È il problema posto dalle tendenze in atto, verso la centralizzazione dei capitali e verso la corrispondente concentrazione del potere economico e politico, così intensa da mettere in crisi il vecchio ordine del capitalismo democratico. In uno scenario del genere, così cupo e violento, si pone un interrogativo: siamo proprio sicuri che una politica “riformista”, dei piccoli passi per correggere pian piano le storture del sistema, sia anche solo minimamente praticabile? Siamo certi che non si tratti ormai di una chimera? A mio avviso, se vogliamo essere onesti, nel senso anche solo puramente intellettuale del termine, allora dovremmo iniziare a interrogarci sull’eventualità che dinanzi a tendenze oggettive così soverchianti possa risultare molto difficile far progredire il capitalismo con quelle azioni cumulative, passo dopo passo, che sono state tipiche della logica del riformismo politico novecentesco.

 


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