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Crudele antropologia maradoniana

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Su Il Tascabile, la recensione a firma di Paolo Mossetti di Diego Maradona, il docufilm sugli anni al Napoli del Pibe de Oro realizzato dal regista inglese di origini indiane Asif Kapadia.

5 luglio 1984. Il giocatore più geniale e costoso del mondo si trova nel labirinto di cemento sotto il manto erboso del San Paolo, nella metropoli più disfunzionale dell’Europa occidentale. Per tutta l’estate l’avevano cercato squadre più blasonate come Real Madrid e Tottenham, ma ad assicurarsi i suoi tacchetti, per una cifra record, alla fine era stata la Società Sportiva Calcio Napoli, che nella sua lunga storia ha sempre ottenuto clamorosamente meno di quanto investito, e vinto appena due coppe minori. Sopra la sua testa stanno saltando migliaia di persone, giunte per acclamarlo con una devozione e una fisicità ineguagliate al mondo.

Se stessimo guardando un qualunque amarcord televisivo sulla presentazione ufficiale del Pibe de oro ai tifosi partenopei, la scena successiva sarebbe stata probabilmente quella di lui che sale le scale che portano al campo e poi inizia a palleggiare – uno, due, tre tocchi – circondato dai fotografi. Uno dei tanti filmati mandati a memoria, religiosamente, da chi questa storia l’ha assorbita sin dall’infanzia.

Invece la scena successiva è la conferenza stampa, quello stesso 5 luglio, sotto le gradinate del San Paolo, in una sala che ha l’aspetto di un bunker sudamericano: illuminata al neon, stracolma all’inverosimile, con i carabinieri a fare da cordone tra i dirigenti sportivi e i cronisti. La prima domanda, scomoda, la rivolge un corrispondente francese: Maradona sa cos’è la camorra? Sa che essa è ovunque e controlla tutto? Il presidente Corrado Ferlaino, seduto al fianco del suo gioiello, non si consulta con nessuno e prende il microfono: Ma lei come si permette? Ma sa quanti sacrifici abbiamo fatto? Balbetta, è furibondo e già madido di sudore. Il giornalista viene cacciato via, tra i fischi dei colleghi italiani.

Immagine da Wikimedia.


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