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Facebook contro Australia?

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La resa dei conti fra grandi gruppi media e grandi piattaforme tech sta passando per una proposta di legge australiana, che obbligherebbe le aziende tech (inizialmente Facebook e Google) a pagare gli editori per i contenuti che appaiono sulle stesse piattaforme, intendendo per contenuti anche i nudi link (non gli snippet, cioè le anteprime), come sottolineato da Benedict Evans che riporta proprio la spiegazione del governo australiano della legge. In caso di fallita negoziazione, la palla passa alla autorità nazionale sulle comunicazioni (BBC). “La norma non riguarda la “ripubblicazione” di contenuti editoriali, ma anche solo un mero link”, specifica ancora Fabio Chiusi su Valigia Blu in un approfondimento della questione.

Senza entrare nelle tante sfaccettature e problematiche di questa vicenda, evidenzio qua solo alcuni dettagli importanti.
Diversi commentatori che si occupano da tempo del mondo internet non esitano a definire la legge australiana una “link tax”, una tassa sui link (e per altro solo i link ai siti delle testate, non a singoli autori, commenta il già citato Evans).
Di tassa sui link parla anche Mike Masnick, aggiungendo che sarebbe contraria ai principi di una internet aperta. Ma la voce più autorevole al riguardo è probabilmente quella di Tim Berners-Lee, noto giornalisticamente come l’inventore o il papà del Web, che in tempi non sospetti, cioè un mese fa, sosteneva come la proposta australiana avrebbe violato “un principio fondamentale del web” e che avrebbe potuto bloccarne il funzionamento in tutto il mondo (Business Insider).

La reazione alla proposta ha avuto due risposte diverse: Google ha deciso di arrivare a un accordo con la News Corp di Murdoch (tra i principali promotori della legge), e assicurare la continuazione del proprio servizio in Australia; Facebook invece ha rovesciato il tavolo negoziale e bloccato la condivisione e visualizzazione di notizie (di link a notizie) australiane e internazionali da parte di editori australiani e di utenti.

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