stiamo tranquilli…

I miei cinque anni in carcere da innocente. Storia di un sindaco

I miei cinque anni in carcere da innocente. Storia di un sindaco

0 commenti

Su l’HuffPost Alessandro Barbano racconta la storia di Rocco Femia, sindaco di Marina di Gioiosa Ionica, arrestato per mafia e assolto in Cassazione dopo milleottocentottentasei giorni trascorsi in carcere.

“Erano le quattro del mattino quando vidi entrare in camera quegli omoni. Papà si vestì in fretta con scarponi e giacca, e andò via con loro. Passarono i giorni e non capivo dove fosse finito. Lo chiamavano carcere e io cosa ne potevo sapere?”. Brenda non poteva sapere a otto anni che il carcere è un luogo dove si può entrare con l’accusa di essere un mafioso e restarvi per cinque anni e dieci giorni, prima di vedere riconosciuta la propria innocenza. Il ricordo di quella notte è un marchio indelebile.

Non albeggia ancora a Marina di Gioiosa, quando gli omoni bussano alla porta di Rocco Femia. Indossano tute nere, sulle quali è stampigliato a caratteri cubitali il logo della polizia. Li seguono un fotografo e un cameraman che entrano nella stanza da letto del sindaco. Non sanno, costoro, che a Brenda piace giocare al solletico con il papà. E che quella notte lo ha atteso sveglia fino a tardi, per poi infilarsi sotto le coperte tra lui e la mamma, e chiudere finalmente gli occhi. La telecamera ora è puntata sul suo stupore che sta per tramutarsi in terrore. Si vesta e venga con noi, dicono quelli. Che cosa ho fatto? C’è un ordine di cattura, glielo spiegherà il magistrato. Non voglio che mi riprendano in volto, implora papà, glielo dica. Faccia presto e venga fuori. Non voglio che mi riprendano, glielo dica, altrimenti non esco. Non la riprenderanno, sindaco, ma non faccia chiacchiere.

Al commissariato di Siderno c’è tutta la giunta di Marina di Gioiosa in manette. Quarantacinque arresti, chiesti dal procuratore Nicola Gratteri due anni prima, rimasti a galleggiare per lungo tempo tra le stanze dei gip, senza che nessuno se la sentisse di autorizzarli. Ma si sa che alla fine c’è sempre qualcuno disposto a mettere una firma. In fondo sono mafiosi e politici, cioè tutti mafiosi allo stesso modo. Da esporre alla gogna. Gli agenti preparano lo spettacolo con scientifica attenzione. Tutti in posa, due tute nere per ciascun imputato eccellente, alcuni di loro si disputano il sindaco, tocca a me uscire con lui, dice il più alto in grado. Gli altri si accontenteranno di un assessore. Fuori dalla porta del commissariato c’è un fascio di telecamere e obiettivi puntati sull’uscio. Non voglio che vedano le manette, è un mio diritto, insiste Femia. Si metta questa maglia attorno alle braccia. Uno, due, tre, flash. È tutto un abbaglio, ma ci si può anche morire.

L’accusa era essere stato a libro paga del clan Mazzaferro ed aver pilotato gare di appalto per favorire gli affari della cosca

Mi sono convinto dell’innocenza di Rocco Femia appena l’ho visto, dice l’avvocato Eugenio Minniti. Aveva subito la condanna in primo grado pochi giorni prima, il 24 luglio del 2013. E non aveva perso un briciolo di fiducia. Sindaco, questa sentenza dice tre cose: che c’è un clan di nome Mazzaferro, che questo clan ha deciso di farla eleggere per usarla, che tutto ciò, che lei fa, lo fa per conto del clan. Avvocato, è una pazzia. Faccio politica da decenni con l’Udc, Buttiglione è venuto qui a sostenermi, mi hanno scelto i partiti perché sono l’unico che poteva mettere insieme il Pd e Alleanza Nazionale. Allora, sindaco, chiediamo copia di tutte le delibere che la sua giunta ha approvato e dimostriamo che neanche una lira è finita alla ’Ndrangheta.

La sentenza di assoluzione arriverà solo in Cassazione nel 2016:

La sentenza fa brandelli del castello di accuse: non esiste una cosca attualmente operativa a Marina di Gioiosa, le intercettazioni ambientali non provano il reato e risultano travisate, non c’è evidenza di un metodo mafioso in grado di produrre soggezione e omertà, l’accusa di un inquinamento elettorale è sostenuta da «palesi forzature logiche e processuali, laddove si assume che le due liste contrapposte erano espressione di due gruppi ’ndranghetisti». Cari colleghi inquirenti e giudicanti, sembra dire la Corte, tornate a scuola. E sgombrate la mente dai vostri pregiudizi. Un anno dopo la Cassazione replica la lezione, annullando le condanne di tutti i politici e rinviando il sindaco alla Corte d’Appello per un nuovo giudizio. Perché Femia non è certamente un mafioso, ma resta ancora da appurare, secondo i giudici, se abbia aiutato la mafia pur non facendone parte. Per appurarlo passeranno ancora tre lunghissimi anni.

Anche dopo l’assoluzione dai reati di mafia, Femia non è più riuscito a ritornare alla vita di prima; l’autore conclude con una riflessione sulla giustizia italiana.

 


Commenta qui sotto e segui le linee guida del sito.