Un articolo de Il Tascabile, dal titolo Che fine ha fatto la tassidermia, ci parla di un mestiere, la tassidermia, visto come macabro o relegato al passato, ma che in realtà ha grande utilità sia dal punto di vista scientifico che da quello artistico.
Dietro l’apparenza di oggetti immobili, c’è una lunga storia tecnica e culturale che va dall’antico Egitto alle vetrine vittoriane, fino ai laboratori e ai musei contemporanei. Da un lato c’è l’aspetto scientifico: esemplari tassidermizzati permettono agli studiosi di analizzare morfologia, DNA, inquinanti e cambiamenti nel tempo, e molte collezioni museali continuano a essere risorse insostituibili per la biologia e la storia naturale. Dall’altro lato c’è la dimensione estetica ed emotiva: alcuni tassidermisti lavorano come artisti, creando opere che interrogano la memoria, la perdita e il rapporto umano con gli animali.
Come alcuni degli esemplari su cui lavorano, anche i tassidermisti sono una specie in via di estinzione. Se un tempo le tecniche passavano dal maestro all’allievo, oggi quella trasmissione è quasi scomparsa e nei musei italiani il mestiere non esiste quasi più.
L’articolo dedica attenzione anche alle pratiche etiche che stanno emergendo: la cosiddetta ethical taxidermy privilegia animali già morti (ritrovati, vittime di incidenti stradali o deceduti per cause naturali) e rifiuta l’idea del trofeo-di-caccia. Questo spostamento di prospettiva trasforma la tassidermia in un atto di cura e di conservazione, più che in un simbolo di dominio sulla natura.
Una nuova vita per la tassidermia arriva dalla conservazione degli animali domestici: per molte persone la possibilità di preservare l’aspetto del proprio animale dopo la morte è una forma di elaborazione del lutto. I tassidermisti che si occupano di animali da compagnia devono combinare competenza tecnica e grande delicatezza emotiva, perché il risultato ha un valore affettivo profondo per i proprietari. L’articolo sottolinea come questo servizio sia sempre più richiesto e come sollevi questioni etiche e psicologiche interessanti. Dice Alberto Michelon, tassidermista famigliare, unico in Italia a preparare animali domestici:
“Spesso chi chiede il mio aiuto è disperato. Passo molto tempo con loro, si piange, ci si racconta.” La tassidermia domestica è anche una sfida che richiede molto lavoro. Cani, gatti, tartarughe e altri animali da compagnia sono esemplari unici e le loro caratteristiche vanno studiate con attenzione prima di iniziare una nuova opera.
Infine, l’autore invita a ripensare la tassidermia nel contesto contemporaneo: non più solo curiosità da cabinet of curiosities, ma pratica che può contribuire alla conservazione della biodiversità, alla ricerca scientifica e al dialogo artistico. La tassidermia, conclude il pezzo, può diventare uno strumento per riflettere sul nostro rapporto con gli animali e con la morte, offrendo al tempo stesso materiali preziosi per la scienza e spunti provocatori per l’arte.
La tassidermia non è soltanto tecnica di conservazione né reliquia di un passato coloniale, ma può farsi spazio di riflessione sul nostro rapporto con gli animali, sul modo in cui li ricordiamo, li guardiamo, li trasformiamo in presenza anche dopo la morte. Per continuare ad avere senso oggi, questa pratica deve essere attraversata da nuove storie: non più quelle del possesso e della conquista, ma quelle della cura, della memoria, della bellezza.


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