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Jane Eyre e il contagio

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Ripercorrendo uno dei capitoli più attuali del celebre romanzo Jane Eyre (1847), e cioè quello in cui l’autrice, Charlotte Brontë, racconta dell’epidemia di tifo che si abbatte sull’istituto caritatevole di Lowood – in cui la protagonista vive e si forma prima di essere assunta come istitutrice della piccola Adèle nella tenuta del signor Rochester -, e passando inoltre in rassegna alcuni saggi come Vite precarie di Judith Butler, Francesca Massarenti indaga su Il Tascabile il rapporto tra potere, morte e discriminazione/pauperizzazione riflettendo sulle opportunità e i rischi di carattere prettamente politico connessi all’esperienza dei traumi collettivi.

Prima di diventare istitutrice, prima di isolarsi nella villa di campagna di Mr. Rochester, Jane Eyre sopravvive a un’epidemia. Dopo appena una manciata di capitoli, il romanzo eponimo (1847) di Charlotte Brontë conduce la protagonista, orfana e mal sopportata dai parenti adottivi, presso un’istituzione caritatevole, un collegio per bambine e ragazze di pochi mezzi. Lowood è un edificio insalubre, eretto sul fondo di una conca umida e isolata da una cappa boschiva. Il corpo docente fa del proprio meglio per insegnare rudimenti di storia, francese, disegno e cucito, nonostante le risorse irrisorie. Il direttore, Mr. Brocklehurst, vieta la distribuzione di sufficienti aghi da rammendo, ma si lamenta dei buchi nelle calze stese ad asciugare. Un solo colletto a settimana deve bastare, e tutte le trecce che escono dalle cuffie devono essere tagliate. In mensa le porzioni sono risicate, e il cibo è pessimo: porridge bruciato, patate insapori con sfilacci di carne rancida, per cena tozzi di pane e caffè e, come premio della domenica, una fetta, intera, di pane imburrato.

Immagine da Wikimedia.


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