Da dove arriva l’energia che consumiamo in Italia? Quanto dipendiamo dall’estero? Come siamo messi a rinnovabili? Come viene calcolato il prezzo dell’energia elettrica?
Ce ne parla Lorenzo Ruffino sul suo blog, con un articolo che, senza svelare nulla di nuovo, mette insieme i tanti pezzi del puzzle dell’energia in Italia invitandoci a riflettere sulla strada da seguire in futuro.
La crisi nello Stretto di Hormuz ha mostrato chiaramente quanto l’Italia sia esposta alle tensioni internazionali. Gli scontri tra Stati Uniti, Israele e Iran hanno bloccato il passaggio di una quota enorme del petrolio e del gas liquefatto mondiale, facendo schizzare i prezzi fino al 70 per cento. Per un paese che importa oltre il 90 per cento dei combustibili fossili che consuma, l’effetto è stato immediato. Non è la prima volta: era già accaduto con l’invasione russa dell’Ucraina. La dipendenza non è diminuita, è semplicemente cambiato il nome dei fornitori.
Nel 2024 l’Italia ha consumato circa 1.696 TWh di energia primaria, un valore in calo rispetto al picco del 2005, ma con una composizione rimasta quasi immutata: petrolio e gas coprono ancora oltre tre quarti del fabbisogno. Le rinnovabili arrivano al 21 per cento, mentre il carbone è ormai marginale. L’assenza del nucleare – chiuso dopo il referendum del 1987 – rende il paese l’unico grande stato industrializzato europeo senza questa fonte, e quindi costringe a compensare con combustibili fossili importati.
La dipendenza dall’estero è ancora altissima: 72 per cento dell’energia consumata arriva da altri paesi. Nel gas, la produzione nazionale copre appena il 4,7 per cento. In pochi anni la mappa dei fornitori è stata stravolta: la Russia, che nel 2021 copriva il 40 per cento delle importazioni, è stata sostituita da Algeria, Azerbaijan, Qatar, Stati Uniti e Nord Europa. Ma questa diversificazione non ha risolto il problema: molti di questi paesi sono instabili o legati proprio allo Stretto di Hormuz, oggi sotto tensione.
Nel mix elettrico del 2024 il gas naturale genera il 44 per cento dell’elettricità, e questo ha conseguenze dirette sui prezzi. L’Italia ha alcune delle bollette più alte d’Europa: le imprese pagano molto più di Francia, Spagna e Germania, e le famiglie hanno tariffe tra le più elevate dell’Unione. Il motivo è il meccanismo europeo del pay‑as‑clear, che fa sì che il prezzo finale sia determinato dall’ultima fonte necessaria a coprire la domanda, quasi sempre il gas. In Italia il gas determina il prezzo nell’89 per cento delle ore, un record europeo. Quando il gas aumenta, aumenta tutto: anche l’elettricità prodotta dal sole o dal vento.
Il confronto con gli altri paesi è impietoso. La Francia produce il 65 per cento dell’elettricità dal nucleare e ha il 95 per cento di produzione elettrica a basse emissioni, con una quota del 54 per cento sull’energia primaria. La Spagna ha investito massicciamente nelle rinnovabili, che oggi coprono oltre il 60 per cento dell’elettricità, e questo ha ridotto i prezzi all’ingrosso di circa il 40 per cento rispetto a uno scenario senza espansione delle rinnovabili. La Germania, pur avendo chiuso il nucleare, ha puntato su eolico e solare, ma la dipendenza dal gas resta significativa.
In Italia, invece, solo il 21 per cento dell’energia primaria proviene da fonti a basse emissioni: il dato più basso tra i grandi paesi UE. Questo si traduce in costi più alti per famiglie e imprese: secondo Confindustria, tra fine 2024 e inizio 2025 l’aumento dei prezzi energetici ha pesato oltre 10 miliardi di euro.
Le rinnovabili sono la risposta più immediata: solare ed eolico sono ormai più economici di qualsiasi fonte tradizionale, e l’Italia ha risorse naturali abbondanti. Ma gli ostacoli, quali l’intermittenza, e soprattutto la burocrazia, rendono complicato il loro utilizzo. Parlare di nucleare, inoltre, è irrealistico, almeno nel breve-medio periodo: costruire reattori richiede tempi e costi enormi. Gli esempi recenti negli Stati Uniti, in Francia e nel Regno Unito sono segnati da ritardi e budget raddoppiati. Gli SMR, spesso citati come soluzione, non hanno ancora dimostrato di essere realizzabili nei tempi e ai costi promessi. Solo la Cina riesce a costruire reattori rapidamente e a costi contenuti.
Il punto centrale dell’articolo è che la questione non è scegliere tra rinnovabili e nucleare, ma decidere se l’Italia vuole davvero ridurre la propria dipendenza energetica dall’estero: finché oltre il 90 per cento del gas e del petrolio che consuma verranno importati, resterà esposta ai conflitti globali, alle decisioni di altri paesi e alle oscillazioni dei prezzi. Senza una strategia seria per aumentare l’autonomia energetica, il paese continuerà a inseguire le crisi, cambiando il nome del fornitore ma pagando sempre il conto.


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