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Maltrattementi e abusi sulla rotta balcanica

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Un articolo di avvenire spiega che a Bihać, al confine fra Croazia e Bosnia Erzegovina, arrivano poliziotti da altri distretti per gestire il flusso di migranti che cercano di entrare nell’Unione Europea. E con metodi che il difensore civico Lora Vidović assimila a quelli dei giannizzeri ottomani, respingono indiscriminatamente tutti i richiedenti asilo, senza neppur esaminare i requisiti e privandoli, inoltre, dei soldi e del telefono di loro proprietà.

Alle mine antiuomo molti di loro sono abituati fin dai tempi trascorsi cercando un riparo sulle alture afgane. Quello che più temono è il “ push-back”, le operazioni di sistematico respingimento per mano dei gendarmi di Zagabria. I segni sui loro corpi sono lì a dimostrarlo. Lividi, graffi, gonfiori provocati dalle bastonate, caviglie ustionate da certe “lezioncine” impartite coi ferri roventi. Piedi scorticati dal ritorno verso la Bosnia dopo che la polizia sequestra le scarpe.

In una dichiarazione passata pressoché inosservata, lo scorso 9 luglio la presidente Kolinda Grabar-Kitarovic, prima presidente donna della Croazia, aveva fatto capire quale sarebbe stata la musica per i mesi a venire. «Certamente – aveva detto –, un po’ di forza è necessaria quando si effettuano i push-back ». Segno che l’evidenza non poteva più essere negata. «Centinaia, se non migliaia, di migranti e richiedenti asilo sono stati maltrattati dalla polizia di confine croata e meritano giustizia», ha dichiarato Lydia Gall, ricercatrice di Human Rights Watch per i Balcani e Europa dell’Est.

A lamentarsene non sono gli attivisti dal cuore tenero o i buonisti dell’Europa occidentale venuti a infastidire la gang sovraniste che seminano zizzania anche da queste parti. Negli uffici del Difensore civico di Zagabria è arrivato mesi fa un esposto firmato da ufficiali di polizia, la cui identità è stata protetta. Manifestano la «delusione» per l’ordine di respingere i profughi «a gruppi di 20-50 persone» senza garantire loro «il processo per ottenere l’asilo e anche dopo aver distrutto o gettato nel fiume i loro telefoni, oppure appropriandosene ».

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Immagine da Flickr


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