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Non è mai troppo tardi per conoscere davvero Alberto Manzi

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Il nome di Alberto Manzi è conosciuto, soprattutto dai più maturi, per il programma TV Non è mai troppo tardi con cui si cercava di completare l’alfabetizzazione dell’Italia nel dopoguerra, ma è stato anche una figura importante per il rinnovamento della pedagogia italiana.

Già il programma trasmesso dalla RAI degli anni ’60 aveva un linguaggio innovativo per l’epoca, fu premiato dall’UNESCO ed è citato nei testi, non solo italiani, di storia della televisione.

Manzi racconta di essersi inventato sul momento la modalità su cui impostare la comunicazione didattica: chiese se, anziché «recitare» il testo di una lezione che gli avevano assegnato, potesse fare di testa sua; dalla regia gli risposero di sì. Aveva bisogno di fogli di carta grandi, glieli portarono e li fece appendere al muro; prese un carboncino e cominciò a disegnare… Le figure appena schizzate, man mano che prendevano forma, diventavano il pre-testo su cui Manzi imbastiva il testo della sua lezione. I segni tracciati dalla sua mano che si muoveva agile sui fogli «animavano» il contenuto della lezione e si fondevano con la sua voce pacata e rassicurante in una «narrazione didattica». «La televisione è fatta di immagini in movimento – nota Manzi – per cui, se io sto fermo 20 minuti a parlare, addormento tutti. La mia soluzione fu di disegnare: mi bastava schizzare qualcosa, meglio se incomprensibile all’inizio, per cui chi stava a guardare era incuriosito dal disegno che via via prendeva forma e nel frattempo seguiva il mio discorso».

Ma Roberto Farné sulla Rivista Il Mulino scrive che Alberto Manzi andrebbe in realtà letto e conosciuto per la sua più complessiva opera di educatore curioso e anticonformista.

La sua immagine e la sua fama rimarranno per sempre legate a quel programma: una sorta di «icona televisiva» consegnata alla storia della nostra tv pubblica, senza un prima e un dopo… È questo, d’altronde, l’effetto collaterale che spesso la tv genera intorno a un «personaggio»; basta tuttavia scavare nel ricco materiale dell’archivio donato dalla famiglia di Manzi, dopo la sua morte, all’Università di Bologna e conservato nel Centro Alberto Manzi (www.centroalbertomanzi.it), presso la Regione Emilia-Romagna, per rendersi conto che ci troviamo di fronte a una delle figure più originali e significative della recente cultura pedagogica italiana.

La vita e l’opera di Alberto Manzi si possono definire attraverso tre profili: quello di autore e conduttore di programmi radio e televisivi, quello di scrittore per ragazzi e quello di insegnante ed educatore; come fossero tre vite parallele nella stessa persona, affiancate una all’altra senza soluzione di continuità. La sua figura è l’esito della sinergia fra questi tre percorsi, differenti tra loro ma tutti orientati verso lo stesso obiettivo: l’educazione.

I tratti distintivi della sua vita che passa dalla scuola di un carcere all’Università di biologia, dal Sudamerica alla Scuola Elementare F.lli Bandiera di Roma in cui insegnerà per 30 anni sino alla pensione, furono sempre la ricerca intellettuale (studiava Piaget e Vygotskij quando ancora erano pressoché sconosciuti nella cultura magistrale italiana) e una certa tendenza alla disubbidienza che lo porteranno anche alla sospensione dal servizio per un paio di mesi

L’ironia è uno dei tratti emblematici di Alberto Manzi, le cui azioni di «disobbedienza» diventano lezioni e testimonianze del suo «essere maestro». Come quando racconta, durante l’esperienza di Non è mai troppo tardi, che il giorno in cui arrivò la notizia dell’uccisione di Kennedy, i dirigenti Rai gli dissero di non parlarne durante il programma, trattandosi di un argomento che poteva creare problemi… La reazione di Manzi fu: «…e io, obbediente, ne parlai subito la sera stessa».

 

— Immagine da Flickr


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