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Stati Uniti: i programmi religiosi per i detenuti e l’ateismo si fronteggiano in tribunale

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Friendly Atheist riporta la notizia di Mark Janny, galeotto statunitense che ha dovuto scegliere fra una pena alternativa al carcere e la sua «fede» di ateo.

Nel 2015 Janny era un carcerato a Denver, nel Colorado. La pena era quasi agli sgoccioli e il suo parole officer (la persona che si occupa di assegnare e gestire il detenuto nelle misure alternative al carcere) gli fece una proposta: vivere nel Denver Rescue Mission (una fondazione cristiana che opera un rifugio per senza tetto) invece che rimanere dietro le sbarre.

La Denver Rescue Mission prevede una partecipazione obbligatoria ad attività spirituali (come studio della bibbia e liturgie). Janny — ateo e fiero di esserlo — si rifiutò: gli vennero revocate le misure alternative e dovette scontare ancora cinque mesi in carcere.

Janny iniziò una causa legale contro il suo parole officer: il primo grado ando malissimo (Janny decise di non prendere avvocato e perorare le sue ragioni davanti al giudice pro se) e la causa fu archiviata. Nell’appello la ACLU e la Americans United for Separation of Church and State lo hanno affiancato.

Il 7 agosto 2021 la Corte d’appello ha rivisto la decisione di primo grado: non è (ancora) una «vittoria» per Janny, ma significa che il caso non è una lite temeraria e può proseguire e che quindi Janny potrà citare in giudizio il suo parole officer.

L’avvocato Weaver, che ha lavorato a questo caso per conto della ACLU, è soddisfatta: la corte ha rigettato le obiezioni di qualified immunity che erano state avanzate dalla difesa del parole officer.

Immagine: Madison Scott-Clary, Fedora.


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