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What growing up in war does to a child’s brain – and how it really affects them years later

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Cosa vuol dire crescere in guerra, e quanto questo impatta la crescita futura dei bambini e dei ragazzi coinvolti nei conflitti.

Lo racconta un lungo articolo che il corrispondente Fergal Keane scrive per la BBC.

The first thing was that Abdelrahman’s dad was killed. The family home was struck by an Israeli air strike. The boy’s mum, Asma al-Nashash, 29, remembers that “they brought him out in pieces”.

L’articolo racconta l’impatto devastante che le guerre contemporanee hanno sui bambini, partendo dalla storia di Abdelrahman, un undicenne di Gaza la cui vita è stata segnata da una catena di traumi: prima la morte del padre in un bombardamento, poi la perdita di una gamba dopo un attacco alla sua scuola. La madre lo vede scivolare in una spirale di isolamento e disperazione, mentre il giornalista lo incontra in un ospedale in Giordania, dove appare chiuso, diffidente, segnato da un dolore troppo grande per la sua età.

Da qui il racconto si allarga: il reporter, forte di quasi quarant’anni di lavoro nei conflitti, ricorda i volti di tanti altri bambini incontrati in Eritrea, Irlanda del Nord, Sierra Leone, Sudafrica, Rwanda. Volti che restano impressi come cicatrici. E i numeri confermano la portata della tragedia: nel 2024, 520 milioni di bambini vivevano in zone di guerra, uno su cinque nel mondo. Gli esperti parlano della più grande crisi umanitaria dalla Seconda guerra mondiale, con conseguenze profonde sullo sviluppo del cervello, sul comportamento, sulla salute mentale e fisica.

The first was on a hilltop in Eritrea in the mid-1980s. Adonai Mikael was a child victim of an Ethiopian napalm strike, crying in agony as the wind blew dust on to his wounds. The cries, the expression of pure agony in his eyes sent me fleeing from the tent where he was being treated.

In Belfast a few years later, I remember a boy following the coffin of his father, blown up by the IRA. Never before had I seen such a distance in anyone’s eyes.

L’articolo esplora allora cosa può aiutare davvero questi bambini. Gli psicologi ricordano che non tutti reagiscono allo stesso modo: contano la durata dell’esposizione alla violenza, le perdite subite, le ferite fisiche, ma soprattutto il sostegno emotivo e la sicurezza dopo il trauma. Studi su bambini bosniaci e siriani mostrano livelli altissimi di sintomi post-traumatici, ma anche che le condizioni familiari e sociali — casa, cibo, scuola, relazioni — possono essere più determinanti dell’esperienza diretta della guerra.

Il giornalista intreccia questi dati con la propria storia personale di PTSD, raccontando come terapia, farmaci e relazioni affettive lo abbiano aiutato a uscire dal buio. Ricorda anche l’importanza di affrontare ciò che si teme: per anni non era riuscito a tornare in Africa, temendo i ricordi del genocidio in Rwanda, ma con il tempo ha imparato a farlo.

Vengono descritti anche approcci terapeutici specifici, come il Control Focused Behavioural Treatment, che aiuta i sopravvissuti a recuperare un senso di controllo, e le pratiche adottate dagli psicologi israeliani con i bambini liberati dopo la prigionia di Hamas. Ma tutto questo richiede un ambiente stabile, sicuro, prevedibile — condizioni quasi impossibili da garantire in zone di guerra.

A questo punto il racconto si concentra su una storia di resilienza: quella di Beata, sopravvissuta al genocidio del Rwanda. Evacuata da adolescente attraverso posti di blocco controllati da miliziani armati, oggi vive in Francia, ha una famiglia e una carriera da scrittrice. Racconta che ciò che l’ha salvata è stato proprio l’esilio: un luogo sicuro, una famiglia affidataria, la scuola, la possibilità di vedere uno psicologo. Eppure, anche in una vita ricostruita, i traumi riaffiorano: un brano musicale o un rumore improvviso possono scatenare il panico. Beata riflette su come proteggere i suoi figli dal peso della sua storia, cercando un equilibrio tra il non “contaminarli” con il trauma e il trasmettere un’immagine del Rwanda che non sia solo quella del genocidio.

Still, those words about a safe place bring to mind my friend Beata and the difference stability made to her life.

She was 15 years old when the Rwandan genocide – the worst mass slaughter since the Nazi Holocaust – erupted in 1994. Up to 800,000 people, mostly members of the Tutsi minority, were massacred over a period of 100 days.

L’articolo si chiude tornando ai bambini di oggi: quelli di Gaza, dove persino la terapia è resa quasi impossibile dal rumore costante dei droni e delle esplosioni; quelli del Sudan, dell’Ucraina, di tanti altri conflitti che continuano senza tregua. Gli psicologi ricordano che i bambini non sono solo vittime: hanno bisogno di scuola, gioco, comunità. Ma in molti luoghi tutto questo manca, insieme all’idea stessa di un futuro.

La conclusione è amara: anche quando una guerra finisce, un’altra inizia altrove. Il trauma dei bambini è antico quanto la guerra stessa. E nonostante i progressi nella cura psicologica, l’umanità resta lontana dall’affrontare la causa profonda di tutto questo dolore: la guerra.


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