Un articolo di Bret Deveraux propone un’interpretazione unitaria delle insurgencies (il terrorismo, anche se l’autore evita il termine in quanto connotato in senso morale) e delle proteste non violente. In entrambi i casi si tratta di sconfiggere uno Stato, in uno scenario però in cui è impossibile riuscirci in termini militari (da questo punto di vista, è importante distinguere una insurgency da una guerriglia: l’autore non fa riferimento ai Vietcong o ai partigiani della Seconda Guerra Mondiale, ma ai Talebani e ad Al Qaeda contro gli USA).
L’analisi di Deveraux è basata su Clausewitz, che aveva sottolineato l’importanza della determinazione di un avversario, dei suoi obiettivi politici, e dell’ “attrito” a cui le sue forze sono sottoposte. Insorti e movimenti di protesta operano proprio su questo piano: cercano di mantenere alta la propria motivazione e il reclutamento, mentre logorano il sostegno e la determinazione dell’avversario. In questo senso, il “campo di battaglia” non è il territorio, ma l’opinione pubblica e la legittimità politica.
La differenza principale fra i due gruppi sta nei metodi. Le insurrezioni violente e il terrorismo usano la violenza soprattutto come strumento comunicativo: attentati e attacchi servono a mandare messaggi a diversi pubblici (sostenitori, reclute, civili, nemici) per intimidire, attrarre supporto e convincere lo Stato che il conflitto è troppo costoso da sostenere. Tuttavia questa strategia è rischiosa, perché la violenza eccessiva può generare reazioni contrarie e isolare il movimento.
Le proteste non violente, invece, adottano una logica speculare: creano disordine e tensione per provocare una reazione repressiva dello Stato, che – se percepita come ingiusta – rafforza la causa e attira nuovi sostenitori. In entrambi i casi, la vittoria arriva quando la volontà dello Stato (o dei suoi sostenitori) cede prima di quella del movimento; ma l’autore osserva che storicamente le campagne non violente tendono ad avere più successo, proprio perché evitano il “contraccolpo” morale della violenza.
In conclusione, Deveraux considera le proteste non violente contro l’ICE negli Stati Uniti.
In short then, it seems like the current administration’s immigration policy is facing a non-violent movement and is both vulnerable to that movement and actively playing into its hands, repeating the tactical and strategic mistakes the defenders of Jim Crow made in the 1950s and 1960s. From this framework, the non-violent anti-ICE movement appears to both be succeeding right now and stand a good chance of succeeding eventually, assuming it retains a strategic focus. If the administration could restrain its open embrace of anti-immigrant violence, it might be able to slow that process down, but it is unclear that the administration is actually capable of doing so, since anti-immigrant violence was essentially one of its core campaign promises. (…) So long as the policy remains to enact immigration enforcement through exemplary violence in places in the United States where that is staggeringly unpopular, the policy remains vulnerable to having its inherent violence exposed by non-violence.


Commenta qui sotto e segui le linee guida del sito.