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Assalto al Campidoglio, EMA e avanzamento Brexit

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In Europa non siamo più abituati ad assistere a scene simili all’attacco al Congresso statunitense, compiuto da una folla di sostenitori di Donald Trump, incoraggiati e aizzati da Trump stesso. Non vale nemmeno tirare fuori certe baruffe che si sono viste nel Parlamento montenegrino o fuori da quello serbo: siamo proprio in due campionati diversi.

Perché da noi non è mai successa una cosa simile, in tempi recenti? La spiegazione più semplice è che nessuno dei paesi dell’Europa occidentale ha eletto un primo ministro o un presidente che proviene dall’estrema destra, mentre i governi autoritari dell’Europa orientale – Ungheria e Polonia su tutte – non hanno ancora subito una batosta elettorale come quella presa da Trump. Ma concentriamoci sul primo esempio.

Nei paesi più ad ovest nessuno dei partiti di estrema destra dell’ultima ondata, quella che il politologo Cas Mudde definisce la destra radicale populista, ha mai vinto le elezioni, né tantomeno è stato accettato come partner di punta di una coalizione politica. Al massimo è successo che alcuni di questi partiti siano arrivati al governo con ruoli da comprimari, e con risultati poco degni di nota: in Italia, Austria e Finlandia le loro esperienze sono durate meno di due anni, in cui peraltro sono riuscite soprattutto ad avvelenare ulteriormente il dibattito pubblico. In Estonia sono al governo da circa un anno e mezzo insieme al principale partito liberale del primo ministro Jüri Ratas e hanno già raccolto una discreta quantità di scandali, polemiche e timori per il futuro del paese.

È possibile che alcuni di loro riescano a prendere il potere, nei prossimi anni: i politologi guardano soprattutto alla Lega di Matteo Salvini e di nuovo al Rassemblement National di Marine Le Pen. «I Trump si trovano ovunque», come ha fatto notare l’ex presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk. Va capito se al momento della verità si comporteranno come la loro dichiarata fonte di ispirazione.

 

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