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Come lasciarsi la strada alle spalle

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Internazionale pubblica un estratto de I fantasmi non esistono di Giuseppe Rizzo, libro che descrive la situazione di povertà dei senzatetto e detenuti.

Rizzo scatta una fotografia del sistema di contrasto alla povertà di oggi (diviso in centri diurni e notturni per tamponare l’emergenza; il miraggio di una sistemazione per chi riesce a tornare in carreggiata) e i suoi limiti, giusapponendolo ad un nuovo approccio — Housing first — sviluppato in Canada.

L’housing first nasce come intuizione di Sam Tsemberis («l’outsider che per caso ha quasi risolto il problema dei senzatetto cronici» è il peana del Washington Post); parte dalla considerazione che il sistema di ricompense per chi è in situazioni difficili («prendi le medicine e vedrai un terapeuta», «smetti di drogarti e ti verrà dato una sistemazione», etc.) non funziona.

Tsemberis cambiò piano: prima di ogni cosa bisognava dare una casa al senzatetto, circondarlo di una rete di supporto e dar lui l’ultima parola per quanto riguardava i suoi bisogni e il percorso di reinserimento. Grazie ad un finanziamento di mezzo milione di dollari Tsemberis potè provare le sue idee: oggi il modello è usato in tutto il Canada e anche all’estero (Finalandia, Danimarca).

Rizzo illustra i primi esperimenti di questo nuovo corso nello stivale, grazie a Housing first Italia, associazione nata a Bologna nelle cui case vivono 72 persone:

“[Giuseppe c]i diceva che la strada era casa sua, che stava bene, ma la verità era che stava attraversando un periodo difficile, e in casi del genere lui tende a sfuggire”, racconta Ekin Bayurgil, l’operatrice di Piazza Grande che lo segue da cinque anni. Origini turche, trentasette anni, Bayurgil aggiunge che “però si rendeva conto che era un gesto autodistruttivo, che quella vita peggiorava i suoi problemi alle gambe, e così dopo un mese è tornato. Anche ora sta male, ma gestire la situazione mentre è a casa è tutta un’altra cosa”.

Immagine: Downtowngal, Letto di persona senzatetto.


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