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D’Alema e l’impiego minatorio del latino

D’Alema e l’impiego minatorio del latino

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Durante la presentazione del movimento ConSenso, Massimo D’Alema ha pronunciato queste parole:

«…come avrebbe scritto un grande poeta, Quandoquidem dòrmitat Homerus. Mi sfogo qui, perché nel Partito democratico non si può più parlare in latino»

Claudio Giunta propone una riflessione sullo snobismo derivante da un’idea di bagaglio culturale distintivo, da far valere su coloro che non lo possiedono.

Il problema non è che sono tre parole e due errori, dato che il verso di Orazio (il «grande poeta») dice quandoque, “e quando, anche quando”, non quandoquidem, e in dormitat la i è lunga, quindi si pronuncia dormìtat, con l’accento sulla i, non sulla o. Il problema è proprio il latino, l’impiego minatorio del latino, l’idea della cultura non come silenzioso possesso ma come distinzione, da far valere nel confronto con chi quella distinzione non ce l’ha, perché non ha fatto le scuole giuste o ha colpevolmente liquidato l’umanesimo perché occupato a inseguire idoli più effimeri (il mercato, internet, il pop).

 


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