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I paradisi fiscali nel cuore dell’Europa alimentano le disuguaglianze

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Su Internazionale, Francesco Peloso analizza il fenomeno dei paradisi fiscali riflettendo sulle ricadute sociali da esso prodotte e sugli effetti positivi che si determinerebbero qualora lo si contrastasse efficacemente.

Uno studio dell’Unione europea diffuso nell’ottobre 2019, dimostra che dal 2004 al 2016 i paesi dell’Unione hanno perso circa 46 miliardi di euro all’anno a causa dell’evasione fiscale dovuta ai capitali collocati in aziende e giurisdizioni offshore. L’Italia è al quarto posto in Europa tra i paesi con la maggiore ricchezza collocata nei paradisi fiscali superata solo da Germania, Francia e Regno Unito, e ha perso ogni anno una media di 3,12 miliardi di euro, equivalenti all’8,75 del pil.

La parte del leone in questa vicenda la fanno dunque le economie più forti del continente: nel 2016 i più ricchi cittadini tedeschi avevano all’estero 331 miliardi di euro, i francesi 277, i britannici 218, gli italiani 142. Insieme rappresentano il 65 per cento della ricchezza offshore di tutta l’Europa.

Se questo è il quadro di riferimento, è pur vero che la sensibilità dell’opinione pubblica in materia è cresciuta, come testimoniano alcune indagini giornalistiche di impatto mondiale come i Panama papers (2016) e i Paradise papers (2017). Anche l’Europa ha provato a misurarsi con il problema: tuttavia Bruxelles spara quasi sempre a salve. Il motivo? Secondo diverse organizzazioni internazionali indipendenti è abbastanza semplice: i paradisi fiscali non si trovano solo ai Caraibi, ma sono ben piantati nella vecchia Europa, dal Mediterraneo al mare del Nord.

 

Immagine da pixabay.


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