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Il culto del serpente

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Su Il Tascabile, Francesco Martinelli indaga la tradizione della manipolazione dei serpenti a scopi ritualistici, soffermandosi in particolare sulla snake handling, un’usanza molto pericolosa praticata presso alcune comunità protestanti degli Stati Uniti, e raccontando una caratteristica processione che si svolge ogni anno nel comune di Cocullo, in provincia dell’Aquila.

L’origine del tormentato rapporto tra uomo e serpente – “la bestia più astuta fatta dal Signore Dio”, Genesi 3,1-13 – si perde nella notte dei tempi. Molti considerano la fobia per i serpenti come una caratteristica innata della specie umana, un tratto selezionato dall’evoluzione per metterci in guardia dal fatto che molti di questi animali sono velenosi. Gli autori di uno studio pubblicato qualche anno fa sul Journal of Experimental Child Psychology, sostengono che non si tratti esattamente di una paura innata: da neonati abbiamo una forma di “attenzione” maggiore nei confronti dei serpenti, che si trasforma in paura solo successivamente, a causa di condizionamenti culturali.

Balaji Mundkur, biologo e storico dell’arte, autore di The Cult of the Serpent: An Interdisciplinary Survey of Its Manifestations and Origins, nel 1983 scriveva che “il fascino e il terrore del serpente non nascono solo dalla paura razionale del veleno, ma anche da stimoli psichici meno comprensibili, radicati nell’evoluzione biologica dei primati […] e dovuti alla mera vista dei suoi movimenti sinuosi”. D’altra parte la paura è una delle caratteristiche più importanti in chiave evolutiva, è quella che permette agli animali di reagire rapidamente al cospetto di un pericolo e necessita quindi anche di una componente irrazionale, istintiva. Secondo Mundkur sarebbe proprio questa paura primitiva e viscerale ad aver determinato l’affermazione del serpente come uno dei più antichi e diffusi simboli di culto in quasi tutte le civiltà e religioni.

Immagine da Wikimedia.


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