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Il problema della politica sui social non è la pubblicità

Il problema della politica sui social non è la pubblicità

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Dal prossimo 22 novembre, su Twitter non sarà più possibile la pubblicità a sfondo politico. Su Rivista Studio, Federico Gennari Santori propone un’analisi delle ragioni che avrebbero indotto il fondatore e CEO del social network, Jack Dorsey, a prendere questa decisione.

Nella pur breve storia dei social media stavolta l’aggettivo “storico” non è soltanto lecito ma anche dovuto. Perché storica è la decisione comunicata la settimana scorsa da Twitter, che dal 22 novembre vieterà la pubblicità di argomento politico. Da quel giorno sulla piattaforma non sarà più possibile investire denaro per aumentare la diffusione di tweet che abbiano a che fare con elezioni, referendum e temi annessi. In un clima sempre più teso tra istituzioni e aziende tech, e con le presidenziali statunitensi del 2020 ormai alle porte, il fondatore e Ceo Jack Dorsey ha pensato bene di togliersi da ogni equivoco, lanciando un guanto di sfida a quello che fin dal primo istante è stato il convitato di pietra di tutta la vicenda: Facebook. “Cosa farà Mark Zuckerberg?”, ci si domanda. Ma visto che la storia non si fa con i “se”, prima occupiamoci di come è scaturita e di che cosa implica la decisione di Twitter, che nonostante gli apprezzamenti è tutt’altro che risolutiva.

Tanto per cominciare, un chiarimento. Twitter blocca la pubblicità a sfondo politico, ma non la possibilità di twittare qualunque cosa si voglia in materia di politica. Questo significa che continueremo a vedere i tweet di Donald Trump e anche, per dire, quelli di organizzazioni razziste. Senza contare che ben lungi dall’essere risolto è il più annoso problema di Twitter, ovvero l’utilizzo di account falsi e bot per influenzare il dibattito sulla piattaforma, che molti politici utilizzano (basti pensare alla “bestia” di Salvini) e che di fatto rende assai poco necessario pagare per raggiungere più utenti. Potremmo dire maliziosamente che il social network impone un blocco preventivo penalizzando tutti ed esimendosi dal fare i dovuti distinguo, a fronte di una mossa che, pur senza precedenti, non rappresenta certo un sacrifico economico. L’advertising di natura politica, come l’azienda stessa sottolinea, vale un pugno di dollari: appena 3 milioni in occasione delle elezioni statunitensi del midterm, che corrispondono a circa lo 0,1% dei ricavi dell’azienda, e un importo stimato analogo per il prossimo trimestre del 2019.

 


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