stiamo tranquilli…

L’emergenza-coronavirus-22-24-marzo-2021

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Sul sito della protezione civile si può vedere una mappa della situazione in Italia (qui c’è la versione per dispositivi mobili). Su VirusConV si possono trovare i dati per la situazione mondiale. Il sito del Sole 24 ore fornisce dati e mappe aggiornate e qui potete trovare infografiche aggiornate sulla base dei dati del Ministero della Salute. Qui la situazione della copertura vaccinale.

Qui trovate la pagina ufficiale di AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) con tutte le ultime novità sugli studi condotti in Italia. Qui trovate gli aggiornamenti settimanali dell’ISS (Istituto Superiore di Sanità)
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La Covid-19 diventerà una malattia endemica, molto vicina ad un raffreddore.

di Perodatrent

Quotidiano Sanità pubblica un’intervista all’autrice di un articolo su Scienceche aveva sollevato molte contestazioni.

L’articolo originale concludeva che

Our analysis of immunological and epidemiological data on endemic human coronaviruses (HCoVs) shows that infection-blocking immunity wanes rapidly but that disease-reducing immunity is long-lived. Our model, incorporating these components of immunity, recapitulates both the current severity of SARS-CoV-2 infection and the benign nature of HCoVs, suggesting that once the endemic phase is reached and primary exposure is in childhood, SARS-CoV-2 may be no more virulent than the common cold.

L’autrice informa che

l’articolo di Science è stato interpretato in modo errato da diverse testate italiane che hanno parlato di uno studio rivoluzionario secondo il quale bisognerebbe lasciar circolare liberamente il virus, riaprendo tutto e smettendola di adottare le misure di distanziamento sociale – proteggendo solo le categorie a rischio – e questo per liberarci il prima possibile dal virus, altrimenti ci vorrebbero ancora 10 o 20 anni prima che l’infezione da Sars-Cov-2 diventi endemica.

Ma gli autori, ci spiega Lavine non hanno scritto questo.

Cinque errori che abbiamo continuato a fare durante la pandemia

di gg

Zeinep Tufekci, scrivendo su The Atlantic (tradotto in italiano anche sulla rivista Internazionale), identifica alcuni errori di comunicazione e gestione pubblica che sono stati fatti in molti paesi occidentali durante la gestione della pandemia. Cosa possiamo imparare da questi fallimenti? In particolare, vengono identificate le seguenti problematiche:

Fallacia della compensazione del rischio, ovvero la teoria per cui incentivare misure di protezione (come portare le mascherine) porterà le persone ad adottare comportamenti più a rischio, rendendo inutili le misure. Apparentemente molto furba, questa teoria è in realtà smentita dai fatti.

L’imposizione di regole semplicistiche e irrealistiche, invece di spiegare correttamente i fattori di rischio e i meccanismi di infezione. Un esempio è l’enfasi posta sul definire “contatto” l’essere stati a uno (anzi no due) metri di distanza per almeno 15 minuti, che ha portato molti luoghi di socializzazione e lavoro pericolosi a rispettare le regole sulla carta, ma con un alto rischio reale di trasmissione.

La grande enfasi comunicativa sull’additare e rimproverare, con un effetto “dagli all’untore”. Molte persone, spinte sia dai social che sui media tradizionali, si sono concentrate sull’indignazione per modalità di uso degli spazi pubblici (ad esempio, ritrovarsi al parco in una bella giornata di sole, o fare attività fisica all’aperto) che sono in realtà benefiche per gli individui e non sono mai state collegate a fenomeni di diffusione su larga scala del virus, aumentando la condizione di stress per tutti.

Ci si è spesso dimenticati di spiegare quanto siano importanti le pratiche di riduzione del danno. Invece di spiegare i fattori di rischio, sapendo che il rischio non può mai essere portato a zero, è stata data molta enfasi a un ideale di isolamento sociale totale irrealistico e sul lungo termine dannoso, lasciando quindi le persone poco informate di fronte a scelte e situazioni, sia personali che lavorative, su cui avevano poco controllo. Tutto questo crea uno stato psicologico in cui, non potendo raggiungere questo ideale di perfezione, è più facile rinunciare e lasciare che le cose vadano come vadano, invece che mettere in atto strategie appunto di riduzione del danno, che dovrebbero essere basate su quanto abbiamo imparato delle modalità di trasmissione del virus nel corso dell’anno passato.

C’è stato poco equilibrio fra conoscenza effettiva, comunicazione e azioni conseguenti. Ci si è spesso scordati di ricordare che in termini di scelte pubbliche, non c’erano soluzioni ottimali ma solo dei compromessi fra scelte diversamente svantaggiose, come nel dibattito sui lockdown. La scienza, per forza di cose, spesso lavora dovendo rigettare l’ipotesi nulla. Ci sono buoni motivi per lavorare così nella ricerca, ma alcune scelte comunicative e di salute pubblica avrebbero beneficiato dall’assumere come probabili alcune possibilità che si sono palesate fin da subito (elevata probabilità di trasmissione da uomo a uomo; elevata probabilità di trasmissione via aria e conseguente utilità delle mascherine). Allo stesso modo, invece di dire “non ci sono prove che chi ha avuto l’infezione non possa re-infettarsi” (vero ma fuorviante), si sarebbe dovuto dire “è probabile che il rischio di re-infezione a breve termine sia basso, ma solo ulteriori ricerche lo potranno confermare in modo definitivo). Un altro grave errore di comunicazione è avvenuto sui vaccini: invece di dare grande enfasi alla velocità con cui sono state sviluppate multiple tecnologie vaccinali, ci si è concentrati su cose come differenze di efficacia tutto sommato minori e sul fatto che non sapessimo veramente se i vaccinati potessero trasmettere ancora il virus o meno (quando invece era probabile che non fosse così), minando la fiducia del pubblico nell’efficacia di questi risultati, quando invece dovremmo tutti festeggiare un fatto oggettivamente enorme e rivoluzionario, ovvero che ci siano numerosi vaccini di ottima efficacia che sono stati sviluppati in meno di un anno.

Da ultimo l’autrice esorta tutti a parlare di più, e meglio, di come e quando si uscirà dalla pandemia, parlando di possibilità, metodologie, numeri, e facendo ipotesi a riguardo. Dare speranza vuol dire anche dare forza di sopportare la situazione attuale, che per molti sta diventando sempre più difficile.


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