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L’epidemia di peste del 1911

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La CNN ricorda, in un suo articolo del 2020, l’epidemia di peste che nel 1911 sconvolse la Cina, descrivendo le incertezze e difficoltà incontrate nell’affrontare il morbo. In quell’occasione furono adottate molte delle misure che abbiamo visto in uso contro il covid-19.

L’articolo ricostruisce la storia della Grande Peste della Manciuria del 1910-1911 e la utilizza come termine di confronto con la pandemia di Covid-19. L’epidemia colpì il nord-est della Cina causando circa 63.000 morti e suscitando il timore che potesse trasformarsi in una pandemia globale. Le autorità risposero con misure che ricordano quelle adottate oggi contro le grandi emergenze sanitarie: quarantene, lockdown, restrizioni ai viaggi, controlli alle frontiere, uso delle mascherine e cremazioni di massa delle vittime.

L’origine dell’epidemia fu probabilmente collegata al commercio delle pelli di marmotta tarbagan. All’inizio del Novecento la domanda di queste pellicce aumentò notevolmente grazie a nuove tecniche di tintura che le rendevano simili a pellicce più pregiate. I cacciatori locali evitavano di consumare animali malati, ma continuavano a venderne le pelli, che avevano acquisito un elevato valore commerciale.

I primi casi furono registrati nella città di Manzhouli, al confine tra Cina e Russia. I sintomi comprendevano febbre e emissione di sangue con la tosse. La diffusione della malattia fu favorita dalla rete ferroviaria della Manciuria, che allora collegava importanti città e vie commerciali. Seguendo le linee ferroviarie, il contagio raggiunse Qiqihar, Harbin e successivamente altre grandi città cinesi. A Harbin la situazione fu particolarmente grave: entro l’8 novembre 1910 i morti erano già oltre cinquemila.

Le autorità reagirono rapidamente creando centri di quarantena, spesso ricavati da vagoni ferroviari. Le persone sospettate di essere state esposte al contagio venivano isolate e rilasciate solo se non manifestavano sintomi entro alcuni giorni. Poiché la mortalità della malattia era quasi totale, le sepolture furono vietate e sostituite da cremazioni di massa.

Un ruolo decisivo fu svolto dal medico Wu Lien-teh, nato in Malesia e formato all’Università di Cambridge. Attraverso esami post mortem stabilì che si trattava di peste polmonare e non di peste bubbonica. Raccomandò inoltre l’uso delle mascherine e guidò una vasta campagna di contenimento. Temendo che il Capodanno cinese potesse accelerare enormemente la diffusione del contagio a causa dei grandi spostamenti di popolazione, promosse misure severe come quarantene, isolamento dei malati, limitazioni ai viaggi e zone sanitarie controllate. Entro la fine di gennaio 1911 queste strategie riuscirono a ridurre drasticamente i contagi a Harbin.

Dopo che l’epidemia fu dichiarata sotto controllo, nell’aprile 1911 il governo cinese organizzò a Shenyang una conferenza internazionale. Vi parteciparono esperti provenienti da numerosi Paesi, tra cui Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Russia, Giappone, Germania, Italia, Austria-Ungheria, Paesi Bassi e Messico. L’obiettivo era comprendere le cause dell’epidemia, valutare le misure di contenimento adottate e individuare le pratiche più efficaci per prevenire futuri focolai.

Durante la conferenza furono discussi temi scientifici avanzati per l’epoca: il batterio responsabile della peste, le modalità di contagio, gli errori e le false teorie circolate durante l’epidemia, nonché fenomeni che oggi definiremmo asintomatici o super-diffusori. Tra le misure ritenute più efficaci emersero le quarantene d’emergenza, le restrizioni ai viaggi, l’uso precoce delle mascherine e la rapida costruzione di ospedali dedicati ai malati di peste.

L’articolo sottolinea che la conferenza non fu utilizzata dalle potenze straniere per imporre nuovi controlli politici alla Cina, come alcuni temevano, ma rimase concentrata sull’indagine scientifica. Le conclusioni finali riguardarono la peste, il miglioramento delle condizioni igieniche, le norme di quarantena e il ruolo involontario della marmotta tarbagan nella diffusione dell’epidemia.

Nella parte conclusiva, l’autore osserva che nel 1911 non esisteva un organismo internazionale come l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Tuttavia, gli scienziati di diversi Paesi collaborarono per affrontare una minaccia comune. Secondo l’articolo, il successo nel contenimento della peste fu il risultato della combinazione di conoscenze scientifiche, risorse adeguate e cooperazione tra esperti. L’autore suggerisce che questa esperienza storica possa offrire una lezione anche per le crisi sanitarie moderne, auspicando che, come avvenne allora, gli scienziati possano confrontarsi apertamente e collaborare oltre le divisioni politiche.


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