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Margherita Sarfatti e il fascismo

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A cura di @Ebroin (modificato).

Un articolo di Anna Baldini su Doppiozero prende spunto da due recenti mostre per esaminare la vicenda di Margherita Sarfatti, la figura femminile più importante nella cultura italiana intorno agli anni ’10 e ’20 del Novecento. Nata in una ricchissima famiglia veneziana di origine ebraica, nel 1902 si trasferì a Milano dove ebbe un ruolo primario di organizzatrice culturale nei circoli socialisti e futuristi, divenendo la «la prima critica d’arte donna italiana» e poi, negli anni ’20, «l’unica donna, forse, cui nel periodo fascista fu permesso di avere peso politico e intellettuale pari a quello degli uomini».

L’articolo nota come, in entrambe le mostre, sia sempre trascurato un dettaglio importante: a partire all’incirca dal 1912, la Sarfatti fu per una ventina d’anni amante e poi collaboratrice di Benito Mussolini. Attenzione, però: in particolare all’inizio, il rapporto era diverso da quello che ci si potrebbe aspettare a considerarne gli esiti. La Sarfatti, risoluta, coltissima e dotata di un enorme capitale sociale e culturale, ebbe un ruolo essenziale nella formazione e nell’ascesa dell’ambizioso maestro elementare di provincia, di tre anni più giovane di lei, che era destinato a divenire il padrone d’Italia.

Dopo l’avvento del fascismo, inoltre, la Sarfatti divenne uno dei più efficaci propagandisti del nuovo regime e contribuì ampiamente alla

costruzione della mitologia mussoliniana in Italia e all’estero con la redazione della biografia Dux (pubblicata a Londra nel 1925, in Italia da Mondadori nel 1926), la cura dell’ufficio stampa estera della presidenza del consiglio, la redazione come ghost writer degli articoli firmati da Mussolini per i periodici statunitensi di Hearst. Le stesse mostre all’estero sono da leggere all’interno di un programma di «colonialismo estetico» e di legittimazione fuori dai confini del regime mussoliniano.

In seguito, nel corso degli anni ’30, la Sarfatti fu progressivamente costretta a un ruolo marginale e infine, nel 1938, dovette lasciare l’Italia a causa delle leggi razziali. Anna Baldini osserva che entrambe le mostre passano “quasi sotto silenzio” la relazione della Sarfatti con Mussolini. C’è da chiedersi quanto possano comprendere una simile parabola i visitatori delle due recenti grandi mostre, se già non hanno approfondito l’argomento. Sono però intuibili i motivi di questa omissione. Come nota l’autrice dell’articolo,

ad annebbiare, nelle due mostre, la relazione amorosa tra Sarfatti e Mussolini, non è tanto, credo, la discrezione nei confronti di un gossip, quanto una difficoltà maggiore. È possibile portare all’attenzione del pubblico contemporaneo un personaggio così fondamentale nella storia delle arti e nella storia delle donne, e insieme così implicato con il regime fascista? È necessario nascondere l’eccezionale importanza di una donna nella genesi del fascismo, per poterne riproporre la figura ai visitatori di una mostra nel 2018?

Immagine da Wikimedia.


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