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Perché non voglio più essere nero

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Thomas Chatterton Williams è uno scrittore americano: figlio di un uomo nero e di una donna bianca, cresciuto come nero negli Stati Uniti, si è poi trasferito in Francia, dove ha sposato una donna francese. Nel suo libro “Self-Portrait in Black and White: Unlearning Race“, descritto dall’Atlantic, spiega come la sua prospettiva sulla propria identità sia cambiata nel tempo, in particolare dopo essersi trasferito in un posto dove le categorie razziali sono più frastagliate (lui viene scambiato per arabo), e aver avuto figli che sono considerati bianchi a tutti gli effetti. Per quanto sia cresciuto come nero e orgoglioso di esserlo, è ormai convinto che, per cancellare il razzismo e la discriminazione nel suo paese e permettere a ognuno di costruire la propria identità liberamente, sia necessario sbarazzarsi delle categorie razziali in generale, e smettere di identificarsi in termini di bianco e nero.

“I will no longer enter into the all-American skin game that demands you select a box and define yourself by it,” he writes. He sees whiteness as a disastrous illusion undergirding all aspects of race, so whether an essentialist belief in it “results from vicious bigotry or well-meaning anti-racism,” it must be overcome. So too must “the proud and resilient identities that formed in reaction to it,” since whiteness and blackness are both built on pernicious falsehoods. They must rise or fall, persist or give way, together. “I am not renouncing my blackness and going on about my day,” he emphasizes. “I am rejecting the legitimacy of the entire racial construct in which blackness functions as one orienting pole.”

Immagine da Wikimedia.


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