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Storia minima degli escrementi umani

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Lina Zeldovich su Aeon Essays illustra la storia della deiezioni umane, del loro rapporto con il mondo che ci circonda, delle opportunità da cogliere oggi.

Mio nonno diceva sempre: «Devi nutrire la terra come nutri le persone». Per me era un’affermazione così bella, piena di saggezza della natura. Le estati qui erano brevi e spesso fresche e piovose, nel frutteto le fragole iniziavano a diventare rosse a giugno e i pomodori maturavano fino a settembre. Per me questo era il cerchio della vita e i nostri escrementi erano inseparabili da esso come noi umani eravamo inseparabili dalla natura.

Partendo da questo ricordo giovanile dello svuotamento di un pozzo nero, Zeldovich nota come l’inarrestabile urbanizzazione abbia portato ad una separazione sia fisica che psicologica tra noi e le «acque nere». Una metropoli come Tokyo produce più di 4.000 tonnellate di feci al giorno; tutti gli sforzi del municipio sono diretti a far andare gli escrementi lontano dagli abitanti, prima nello sciacquone, poi nelle tubature, fino allo scarico finale.

I motivi di igiene sono evidenti a tutti: i nutrienti della materia fecale attraggono ogni genere di patogeni, il contatto con l’acqua potabile porta alla diffusione di malattie temibili come il colera e la dissenteria. Ma anche una volta trattate, le acque reflue — ricche di potassio e azoto — vengono disperse nell’ambiente; questo genera una serie molto lunga di problemi, tra cui la crescita incontrollata di alghe e la morte della fauna di fiumi e mari.

Le nostre feci sono una risorsa naturale, rinnovabile e sostenibile che stiamo letteralmente buttando giù per la tazza, a causa del nostro disgusto viscerale nei suoi confronti. Come si può oggi ricomporre questo distacco?

Con tanta tecnologia intelligente, perché non abbiamo chiuso la frattura metabolica? Il problema è che dobbiamo ricucire un’altra enorme frattura nell’ideologia escrementizia, non quella metabolica ma quella mentale. A differenza delle popolazioni delle società antiche, pensiamo ancora ai nostri escrementi come al prodotto di scarto per eccellenza che deve essere trattato. Non li consideriamo ancora come un bene estremamente prezioso e versatile. Spendiamo i nostri sforzi e il nostro denaro per rimuovere la pericolosa sporcizia piuttosto che per acquisire e utilizzare un superbo prodotto del nostro corpo metabolico. È questo il salto di mentalità che dobbiamo compiere, come società del XXI secolo, per risolvere completamente il problema.


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