Nel 1966, presso la cittadina di Palomares, in Andalusia, avvenne un incidente nucleare molto grave, del quale si avvertono ancora adesso gli strascichi.
Ce ne parlano un articolo del blog della Società di Chimica Italiana (ilblogdellasci) e un articolo di Europapress (in spagnolo).
Nel gennaio del 1966, in piena Guerra Fredda, un episodio drammatico e quasi dimenticato mise in luce i rischi enormi legati alle armi nucleari: l’incidente di Palomares, un piccolo villaggio sulla costa spagnola. L’articolo ricostruisce l’evento a sessant’anni di distanza, mostrando come un errore in volo poté trasformarsi in una potenziale catastrofe ambientale e politica.
Era un lunedì il 17 gennaio 1966 e si era in piena guerra fredda; due aerei americani, un bombardiere strategico e un grande serbatoio volante si scontrarono in volo precipitando e le 4 bombe atomiche del bombardiere caddero al suolo, nelle vicinanze del paesino.
Tutto accadde durante un’operazione di routine dell’aeronautica statunitense: un bombardiere B-52 stava effettuando un rifornimento in volo da un aereo cisterna KC-135. Una manovra sbagliata provocò una collisione, e i due velivoli esplosero in aria. Il B‑52 trasportava quattro bombe all’idrogeno: ordigni potentissimi, progettati per la deterrenza nucleare.
Sessant’anni dopo l’incidente nucleare di Palomares, avvenuto il 17 gennaio 1966 quando quattro bombe termonucleari statunitensi caddero sul territorio a causa della collisione di due aerei militari, la questione della bonifica definitiva resta ancora irrisolta. Il tempo trascorso non ha attenuato il problema: la presenza di plutonio e americio nei suoli continua a rappresentare un nodo politico, tecnico e simbolico.
Il sindaco di Cuevas del Almanzora, Antonio Fernández Liria, insiste sul fatto che la pulizia non sia più una questione diplomatica ma una obbligazione morale e storica. La comunità locale vive da decenni con lo stigma dell’incidente, e il primo cittadino chiede che l’accordo di intenti firmato nel 2015 tra Spagna e Stati Uniti — mai reso operativo — si traduca finalmente in un calendario concreto per rimuovere i circa 50.000 metri cubi di terra contaminata.
L’articolo della Società di Chimica Italiana sottolinea come la gestione dell’incidente fu segnata da segretezza, minimizzazioni e tensioni diplomatiche. Gli Stati Uniti cercarono di rassicurare l’opinione pubblica, mentre la Spagna di Franco, desiderosa di mantenere buoni rapporti con Washington, collaborò senza sollevare troppe domande. Nel frattempo, la popolazione locale viveva nell’incertezza: molti contadini videro i propri campi sequestrati o ripuliti da squadre speciali, senza comprendere appieno la gravità del rischio.
Secondo l’articolo di EuropaPress gli attivisti di Ecologistas en Acción considerano ormai impraticabile la via diplomatica, soprattutto dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, ritenendo che gli Stati Uniti non accetteranno di farsi carico dei residui radioattivi. L’associazione punta quindi sulla via giudiziaria, chiedendo alla Audiencia Nacional di obbligare il Ministero per la Transición Ecológica a procedere almeno con un deposito temporaneo dei materiali contaminati, ridotti a circa 6.000 metri cubi secondo il piano tecnico del Ciemat.
Il quadro istituzionale, però, è complesso: in passato la Audiencia Nacional ha stabilito che il Consiglio di Sicurezza Nucleare non fosse competente per la bonifica, senza chiarire chi lo fosse. Una modifica legislativa recente ha attribuito la responsabilità al Ministero, offrendo una nuova possibilità d’azione agli ecologisti. Il CIEMAT (Centro per la Ricerca, l’Ambiente e la Tecnologia) spagnolo, tuttavia, nel suo continuo monitoraggio dell’area sostiene che non esista un rischio radiologico significativo per la popolazione o l’ambiente. I controlli medici annuali non hanno rilevato patologie legate alla contaminazione. Tuttavia, gli ecologisti contestano questa visione, sottolineando che la trasformazione del plutonio in americio — più volatile e più facilmente inalabile — rappresenta un pericolo reale, soprattutto per chi vive vicino alle zone recintate.
L’articolo della SCI conclude ricordando che Palomares non fu un caso isolato: durante la Guerra Fredda si verificarono diversi incidenti simili, spesso tenuti nascosti. La vicenda resta un monito sulla fragilità dei sistemi di sicurezza e sulla pericolosità intrinseca delle armi nucleari, anche quando non vengono mai utilizzate.


Commenta qui sotto e segui le linee guida del sito.