Sarah Paine, storica presso l’US Naval War College, racconta di come il Giappone divenne la potenza egemone in Asia Orientale agli inizi del Novecento.
Nella mentalità della classe dirigente giapponese dell’epoca, conquistare un impero era l’unico modo di sopravvivere in un contesto in cui temevano di finire a loro volta colonizzati. Dopo la vittoria sulla Cina nel 1895, si pose il problema di come gestire i rapporti con la Russia, che stava a sua volta espandendosi nella regione. Il Giappone sapeva di avere poco tempo, prima che la Russia completasse la ferrovia trans-siberiana (che le avrebbe permesso di mobilitare le sue superiori risorse militari dall’altra parte del mondo). Una finestra di opportunità fu offerta dall’alleanza anglo-giapponese, stipulata nel 1902 con una validità iniziale di cinque anni, che garantiva che la Russia non avrebbe potuto contare su alleati in un eventuale conflitto (pena l’intervento in guerra della Gran Bretagna). Anche una volta iniziata la guerra, per il Giappone si trattò comunque di una corsa contro il tempo: i Giapponesi, che disponevano di meno uomini e armi del nemico, arrivarono a raschiare il fondo del barile pur di battere il nemico prima che esso, ritirandosi, estendesse troppo le linee di comunicazione. Nel frattempo, parte del suo esercito era bloccato nel lungo e brutale assedio della base navale di Port Arthur (oggi Dalian, in Cina), che permise di bloccare la flotta russa del Pacifico. Si trattò ad ogni modo di una vittoria molto cara, tanto che il generale vittorioso Nogi Maresuke in seguito si suicidò, per aver portato alla morte così tanti uomini (compresi due suoi figli).
Nel corso della puntata, Sarah Paine espone anche i concetti di culminating point of attack, culminating point of victory, cooperative enemy, e discute di quanto la preparazione giapponese sia stata rilevante di fronte all’impreparazione della Russia zarista e al declino dell’impero cinese.
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