di The User Formerly Known as M@ • 1 Giu 2021 • 0 commenti •
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Gli spazi del web e dei social sono spesso attraversati da ondate polemiche, rabbie improvvise e virali. A guardare più da vicino, ci sono elementi ricorrenti, tutt’altro che casuali.
L’Oversight Board di Facebook – il comitato per il controllo formato da un gruppo di esperti incaricati di rivedere ed eventualmente ribaltare alcune decisioni sulla moderazione di contenuti prese dal social network – si è espresso su un altro caso, dopo quello sicuramente più eclatante della rimozione dell’account di Trump, di cui avevo scritto in precedenti newsletter.
È Khaby Lame, un 21enne che in poche settimane ha accumulato oltre 50 milioni di follower su TikTok grazie a una trovata semplicissima
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Fonte: il Post Internet
La storia dell’attacco informatico che ha indirettamente bloccato uno dei più importanti oleodotti americani è diventata ancora più grave a distanza di giorni.
Secondo gli autori, ci sono 12 persone fisiche (con diversi account) dietro al 65% delle condivisioni delle disinformazioni, quasi tutte con interessi economici e/o professionali come motivazioni.
Colonial Pipeline è uno dei maggiori distributori di carburanti nella East Coast americana (ne trasporta il 45 per cento nella regione) con 5500 miglia di oleodotti.
L’ipotesi è che fossero coinvolti in una estesa compravendita illegale di recensioni, scoperta da un sito di sicurezza informatica
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Fonte: il Post Internet
Dopo una lunga fase di sperimentazione, Twitter ha introdotto una nuova funzione che invita le persone a rivedere il contenuto di un tweet, quando il sistema giudica che potrebbe essere offensivo.
Pochi giorni prima del 29 aprile, quando era attesa l’udienza preliminare (poi rimandata al 25 maggio) per i quattro agenti dei servizi egiziani imputati nella tortura e omicidio di Giulio Regeni, un misterioso video è iniziato a circolare su YouTube.
Kaitlyn Tiffany su The Atlantic scrive a proposito di una serie di libri, Remember the Internet, che parlano della storia recente del web e di quella serie di sottoculture e comunità che nel tempo vengono cancellate dalle rimozioni di pagine e di file.
La Commissione per la protezione dei dati irlandese (su pressione della Commissione Ue) ha aperto un’indagine sul #Facebookleak di cui ho scritto la scorsa settimana, ovvero sulle circostanze che hanno portato alla diffusione (leak) delle informazioni personali di 533 milioni di utenti, tra cui molti europei – e moltissimi italiani (CorCom).
Il 3 aprile un ricercatore di sicurezza, Alon Gal, ha segnalato che un leak di dati personali su 533 milioni di utenti Facebook, contenente molti numeri di telefono – già da lui stesso segnalato mesi prima perché dopo essere circolato in modo più underground qualcuno si era messo a venderne l’accesso su Telegram, come allora riportato da Vice – ora circolava liberamente e gratuitamente.
Risale al 2019, ma se ne riparla in questi giorni dopo la diffusione di email e cellulari di oltre 500 milioni di account, molti italiani
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Fonte: il Post Internet
Visto che riparte il discorso sulla censura o meno di chi usa dei mezzi privati come i social network per propagandare le proprie idee, e visto che, alle solite, c’è chi si scandalizza per la censura e chi invece si scandalizza per la marea di falsità, fake news, incitazioni all’odio che i SW ospitano, chiediamoci una cosa: non sarebbe più semplice considerare i social editori, e corresponsabili di quello che diffondono?
Come forse sapete, anche se questa volta non ha avuto molta rilevanza mediatica, si è tenuta l’ennesima audizione dei Ceo di Facebook, Twitter e Google davanti ai legislatori del Congresso Usa.
Due gravi incidenti di cybersicurezza stanno plasmando la politica estera americana della nuova amministrazione Biden, forse come mai prima era successo.
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