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Guardare il paesaggio, essere il paesaggio

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Una dozzina d’anni fa il designer americano trapiantato nelle Langhe Chris Bangle, disegnò, fece costruire e installare una panchina alta un paio di metri e lunga quattro al margine di un vigneto, in un luogo dove poter osservare e ammirare il paesaggio circostante. Da qui nasce la Big Bench Community Project, una fondazione senza scopo di lucro che gestisce la collocazione e la pubblicizzazione di questa iniziativa.

Queste panchinone sono in buona parte collocate in Piemonte e in Lombardia e solo da poco si stanno espandendo nel resto di Italia e all’estero.

Ma a cosa servono queste panchine? Ossola news cerca di spiegare l’idea di Bangle:

… appare chiaro il sogno, la visione di Bangle, che sembrerebbe voler esaudire quel malcelato desiderio dell’uomo di tornare bambino. Bangle sembra quasi promettere a colui che si siede sulla sua Panchina Gigante una temporanea fuga dalla realtà per rifugiarsi in un contesto bucolico che ammalia e pacifica. L’atavico e nobile desiderio di “tornare bambini” in Bangle sembra però distorcersi in mera mercificazione del più realistico senso dell’attuale disagio sociale.

Già, perchè da qualche mese a questa parte, le critiche a queste iniziative (per installare la panchina ci vuole un associazione locale che si faccia carico delle spese, non ci devono essere sovvenzioni pubbliche, devono essere liberamente accessibili, non devono creare problemi di viabilità e parcheggio per visitatori e abitanti) si stanno via via intensificando e facendo sempre più forti e ostili.

Se n’è fatto carico, ma non è certamente il solo, il sito Ruralpini.it che in questo articolo sintetizza le critiche alle panchine.

Le considerazioni che inducono amministrazioni, associazioni, privati a riflettere non mancano:
1) Se le panchinone attirano un turismo consumista, mordi e fuggi, che lascia poco o nulla (di buono) sul territorio, sono avversate dalla grande maggioranza delle persone di buonsenso che valutano pacchiana, modaiola, disneyana, arrogante e che non mancheranno di giudicare severamente gli amministratori che promuovono o autorizzano i panchinoni;

2) Come tutte le mode effimere, i panchinoni, calato l’interesse e cresciute le contestazioni, cadranno nell’incuria (alcune sono già deteriorate e trasmettono un’immagine di trascuratezza e degrado) sino a che le stesse amministrazioni/enti che ne hanno promossa la posa e che ne hanno trascurata la manutenzione, dovranno – con pesanti costi – rimuoverle, smaltirle e ripristinare lo stato dei siti;

3) Per intercettare, il sentimento contrario dell’opinione pubblica, vi saranno presto comuni, valli intere che si proclameranno “Immuni dall’invasione delle Big Bench”, in cerca di originalità e consenso. Noi, se possibile, ci saremo quando il cadavere passerà sul fiume.

La critica più forte arriva da chi teme che il paesaggio e i luoghi interessati vengano stravolti, come spiega Pietro Lacasella su MountCity:

Il pacchiano, in montagna può assumere diverse forme. Una di quelle che più lo caratterizza è indubbiamente rappresentata da panchine giganti, spesso verniciate con i colori più improbabili. Una distorsione disneyniana della vita, in perfetta continuità con la programmazione turistica degli ultimi settant’anni, dove le peculiarità locali sono spesso state sacrificate per offrire al turista un’esperienza molto ludica e poco educativa.

Il problema di fondo è che abbiamo perso la capacità di raccontare. Di raccontarci. Non riusciamo più a rendere seducente il territorio attraverso una narrazione accattivante, capace di cogliere ed evidenziare la poesia e il fascino degli elementi in esso già esistenti; degli elementi che lo rendono unico. Di conseguenza ci limitiamo a calare dall’alto oggetti vistosi, appariscenti, ma culturalmente vacui. Un’operazione semplice, perché svincola dallo studio e dal ragionamento.

Così le panchine giganti si moltiplicano, in questa società culturalmente lillipuziana, in attesa di un Gulliver che non arriverà mai.

Big bench a Saltrio (Va) – Immagine de Il Guada

Intanto le installazioni sono arrivate a oltre 250 e ce ne sono un’ottantina in costruzione. In questo brano della trasmissione di Rai Tre “Generazione Bellezza”  il racconto delle panchine e quattro chiacchiere con il loro ideatore.

Le panchine giganti sono realmente deleterie per il territorio, anzi i territori dove vengono collocate? Sono solo un richiamo per il turista cittadino a caccia di un selfie e disinteressato al contesto circostante? Rappresentano una modalità di  standardizzazione dei luoghi, occupati da oggetti fuori scala tutti uguali tra loro (tranne che per i colori) che finiscono per creare un non-luogo? O sono l’occasione per far emergere dall’anonimato e dare valore a quella parte di provincia italiana che rimane (e rimarrà) marginale rispetto a tutti i flussi turistici? Sono un gioco innocente, ma interessato, per far scoprire anche ai residenti la qualità, la varietà e l’originalità che l’Italia è in grado di offrire?

Il dibattito è aperto e al momento i detrattori sembrano essere più dei favorevoli. Se può essere utile al dibattito, vi posso dire che le panchine giganti sono, ahimè, decisamente scomode.

Big bench in Piemonte e Lombardia – Immagine di Kenmare


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