stiamo tranquilli…

La pandemia delle biblioteche

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Un articolo di Finestre sull’arte di Federico Giannini e Ilaria Baratta offre una panoramica sulla pandemia delle biblioteche. Gli autori disegnano una mappa del funzionamento delle biblioteche italiane dalle nazionali alle locali in diverse città: la maggior parte settimane dopo la fine del lockdown continua a funzionare a regime ridotto.

Sono due le scelte che rendono complicata e a volte quasi impossibile la fruizione per studio e ricerca di biblioteche (e archivi, come denuncia una lettera aperta al ministro Franceschini dello scrittore  Alessandro Marzio Magno). La prima è quella che limita gli accessi e/o la possibilità di permanenza – una scelta che passa spesso attraverso la limitazione dei normali orari di servizio:

A pesare sono, soprattutto, i rigidi contingentamenti per gli accessi alle sale lettura (a causa dei numeri ridotti e del fatto che le postazioni sono garantite solo dietro prenotazione, c’è infatti il serio rischio di non trovare posto): e studiare in biblioteca, per molti che non dispongono di ambienti tranquilli dove potersi dedicare alle proprie attività di lavoro o di ricerca, non è un’opzione. Ci sono poi i paradossi del sistema di prenotazione: se capita che ci siano posti liberi, a chi è sprovvisto della prenotazione viene comunque impedito l’accesso. Ci sono inoltre forti limitazioni per gli studiosi: “riaprire le biblioteche per il prestito”, scrive Matteo sul gruppo Facebook “Biblioteche e bibliotecari” (che raduna più di diecimila iscritti e raccoglie ogni giorno diversi post e commenti di utenti delle biblioteche), “impedisce di fatto la ricerca (sì, nelle biblioteche grandi ci sono fondi antichi, manoscritti, pergamene… tutto materiale che puoi visionare solo in loco) e la consultazione di libri (e sono tantissimi) non ammessi al prestito per ovvie ragioni di rarità in quanto spesso edizioni locali o volumi molto grandi”.

La seconda scelta problematica è quella di “quarantenare” i materiali cartacei restituiti dagli utenti fino a dieci giorni, come spiega un articolo uscito sugli Stati generali Isolaria Pacifico:

Il problema principale sarebbe la quarantena consigliata per i libri maneggiati dai lettori che l’Istituto della Patologia del Libro ha consigliato in dieci giorni, poi ridotti a sette dopo polemiche con l’Associazione Italiana Biblioteche e con la precisazione di occuparsi solo della tutela dell’oggetto antico e delicato, e non del problema virale. Quindi – se si volesse legger meglio – il consiglio era semplicemente di non spalmare cinquecentine e incunaboli di gel e amuchina e di pulire le superfici della mobilia antica, ove possibile, con carta assorbente imbevuta di soluzione alcolica. Ma la maggior parte degli addetti l’ha interpretato come un divieto ad avvicinarsi ai libri. Ed era aprile: ora volendo ci si può provare vestiti nei negozi e in libreria sfogliare volumi o andare in piscina, è persino ben visto il runner e condonata la movida, ma in biblioteca ancora non si può lavorare. Così mentre il mondo riparte, proprio là dove non ci sarebbe nessun problema a usare i guanti e dove i divisori in plexiglass servirebbero ad aiutare la concentrazione e dove peraltro il rischio droplet è ridotto al minimo dato che non si può nemmeno parlare, proprio là stiamo ancora pensando a cosa fare.

Chiara Saraceno su Repubblica (link alternativo) e Christian Raimo su Internazionale spiegano che cosa significa la chiusura di biblioteche e archivi per i ricercatori, soprattutto i più giovani e meno protetti. Nelle parole di Chiara Saraceno:

Se questa situazione colpisce tutti gli studiosi che per la loro ricerca non possono affidarsi solo alle fonti online o ai contatti a distanza, è particolarmente grave per quelli in formazione e all’inizio della carriera: laureandi, dottorandi, assegnisti, ricercatori a tempo determinato. Hanno termini di tempo entro cui devono finire il lavoro, borse e contratti che scadono, concorsi per i quali devono presentare pubblicazioni. […] Ogni università decide in base a propri criteri e risorse, senza che dal ministero dell’Università e della ricerca arrivino segnali. E’ vero che nel decreto Rilancio sono stati stanziati fondi per prolungare  di due mesi le borse di studio dei dottorandi che dovrebbero completare il loro corso quest’anno. Ma sono una briciola rispetto alla durata delle restrizioni di cui ancora non si vede la fine. Inoltre non è previsto nulla né per i loro colleghi che frequentano il dottorato senza avere la borsa di studio (un unicum nel panorama mondiale dei corsi di dottorato), né per quelli  – per lo più insegnanti – che hanno avuto il distacco per poter frequentare il dottorato e, senza proroga, dovranno tornare alle loro cattedre senza aver completato la ricerca, né per coloro che sono ancora al primo  o al secondo anno di dottorato, nonostante anche loro abbiano accumulato ritardi difficilmente recuperabili e che, nel migliore dei casi, dovranno colmare a proprie spese.

Immagine di dominio pubblico.


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