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Nella crisi globale dell’energia, il nodo anti-nucleare viene al pettine

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Ted Nordhaus su Foreign Policy propone una riflessione sullo sviluppo dell’elettricità “pulita”, che a causa delle proprie idiosincrasie ha finito per aggravare le problematiche di una transizione già di per sé complicata.

La riflessione di Nordhaus parte dall’obiettivo, comune e condiviso da tutti i governi: un futuro con energia abbondante, a basso impatto ambientale e non — o poco — inquinante. Tutto il contrario di quello che stiamo vivendo proprio oggi, con prezzi alle stelle e produzione che ancora si basa su una larga fetta di centrali a carbone o a diesel molto inquinanti.

Come è potuto succedere? Sicuramente la «causa evidente» è l’improvviso aumento del prezzo di gas naturale, a sua volta dovuto alla pandemia di COVID-19. Ma questo non illustra completamente il busillis. Secondo Nordhaus paesi come Regno Unito e Germania (e stati come la California) oggi si ritrovano a fare queste scelte anti-ecologiste (cioè far ripartire centrali desuete e inquinanti) perché a suo tempo hanno detto «no» ad una delle fonti che — oggi — riesce a sposare sicurezza, affidabilità e tutela del pianeta: il nucleare.

Questa scelta si è basata su previsioni troppo ottimistiche e scommesse arrischiate su fonti “verdi” che sono ben lontane dalla maturità:

Nei modelli dei ricercatori e dei sostenitori dell’energia pulita, i deserti fioriscono con parchi solari su vasta scala, mentre grandi foreste di turbine eoliche grandi come grattacieli spuntano nelle acque blu. Nuove linee di trasmissione spostano l’energia attraverso centinaia o addirittura migliaia di chilometri, dai deserti assolati e dalle coste sferzate dal vento, fino ai centri abitati dove è necessaria.
Ma la realtà è ben diversa.

In altre parole, secondo Nordhaus, ad oggi l’energia come l’eolico o il solare è sostanzialmente inaffidabile: il problema dell’intermittenza è ancora insoluto — o meglio lo è rispetto agli standard che si aspettano le moderne città e impianti produttivi. I produttori di energia sono quindi costretti a manutenere due tipi di produzione: la “verde” e una «di scorta» che è composta ad oggi da centrali «sporche» ma che appunto possono essere chiamate velocemente in causa in tempi di crisi. Inoltre in questo scenario l’appettibilità di nuove distese di turbine e di pale eoliche si fa sempre più scarsa (generalmente per ridotta economicità o per l’opposizione delle amministrazioni locali).

La scelta non è quindi tra nucleare e verde, ma tra nucleare+verde o gas+carbone+verde:

In definitiva, un futuro con molta energia nucleare – specialmente la tecnologia di prossima generazione – è anche un futuro che può ospitare molto eolico e solare. Un futuro che preclude l’opzione dell’energia nucleare a zero carbonio è un futuro che, in un modo o nell’altro, richiederà probabilmente molto gas e persino carbone. I politici e i sostenitori verdi in tutto l’Occidente stanno affrontando, o presto affronteranno, una scelta: costruire più nucleare o accettare un ruolo continuo e significativo per i combustibili fossili per molti decenni. L’attuale ondata di crisi elettriche in tutto il mondo è ciò che accade quando si finge che quella scelta non debba essere fatta.

Immagine: Willtron, Central Nuclear d’Ascó.


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