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Ottimismo sull’economia italiana/parte 2

Ottimismo sull’economia italiana/parte 2

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Su l’Huffington Post Marco Fortis torna ad analizzare i punti di forza del comparto manifatturiero italiano, evidenziandone gli straordinari sviluppi degli ultimi anni, che secondo lui risulteranno determinanti per la ripresa post pandemica.

Fortis mette a confronto la produttività media italiana e tedesca rilevando che

prima del leggero rallentamento del 2019 e della temporanea caduta determinata dalla pandemia nel 2020, la produttività manifatturiera dell’Italia, espressa dal valore aggiunto per occupato, dal 2015 al 2018 era cresciuta del 9,3%, grazie alla spinta del Piano Industria 4.0.

Si è trattato dell’incremento più forte tra i Paesi del G-7 e anche rispetto alla Spagna: un evento mai accaduto negli ultimi trent’anni. Per un confronto, la produttività manifatturiera della Germania, nostra principale concorrente nel settore, era aumentata nello stesso periodo del 6,1%. E non c’è dubbio che la nostra produttività manifatturiera riprenderà a crescere con vigore nel 2021, come già mostrano i primi risultati tendenziali provvisori dei primi due trimestri.

All’obiezione che il dato medio di produttività italiana resta comunque sotto il dato tedesco, Fortis risponde che ciò è dovuto a un errore di prospettiva, in particolare l’Italia sarebbe penalizzata nelle statistiche per la presenza di un numero molto più alto di microimprese rispetto agli altri grandi paesi europei.

Ciò però non significa che le microimprese non siano fondamentali per il tessuto produttivo del paese, e che anzi siano una delle chiavi del suo successo.

Considereremo qui come microimprese tutte le imprese con meno di 20 addetti, incorporando nella fascia delle microimprese, rispetto alla definizione tradizionale basata solo sulla classe 1-9 addetti, anche le imprese con 10-19 addetti. Stiamo parlando, nel caso dell’Italia, di ben 348 mila microimprese con meno di 20 addetti che tuttavia esprimono un valore aggiunto “soltanto” di 50 miliardi di euro, cioè appena 1/5 circa del totale generato dalla nostra industria. Pertanto, se per ipotesi astratta eliminassimo le microimprese da tutti i Paesi, l’Italia resterebbe comunque la seconda manifattura dell’Unione Europea per valore aggiunto dopo la Germania, alla pari con la Francia e con una dimensione grosso modo doppia rispetto alla Spagna.

Potremmo quindi, come Italia, fare a meno delle microimprese, migliorando così in un sol colpo la nostra produttività aggregata manifatturiera che esse deprimono notevolmente? Se facciamo prevalere i dati e i fatti sulle opinioni, chiaramente no. Per tre principali ragioni. La prima ragione è che le nostre microimprese manifatturiere valgono, come abbiamo detto, circa 50 miliardi di euro di valore aggiunto, cioè più dell’intera manifattura della Repubblica Ceca o il doppio di quella del Portogallo. Perché, dunque, rinunciare alle nostre microimprese? Solo perché esse abbassano statisticamente la produttività media del nostro sistema? No di certo.

La seconda ragione è che le microimprese italiane occupano 1 milione e 350 mila persone, rappresentando un formidabile modello di successo di micro-capitalismo famigliare e di stabilità sociale per il nostro Paese.

La terza ragione è che le microimprese svolgono una straordinaria funzione interstiziale e ancillare nei distretti e nelle filiere a supporto delle imprese più grandi, permettendo all’intero sistema produttivo italiano di avere dei margini di flessibilità di cui nessun’altra grande manifattura a livello mondiale può godere.

Tutto ciò premesso, se vogliamo capire esattamente come si articola la produttività della nostra industria manifatturiera dobbiamo separare quest’ultima in due componenti tra loro nettamente distinte, almeno sul piano statistico: da un lato le 348 mila microimprese con meno di 20 addetti, il cui ruolo fondamentale è prevalentemente funzionale all’interno dei distretti e verso le imprese più grandi e non è certo quello di esprimere alti livelli di produttività o di conquistare i mercati internazionali; dall’altro lato, abbiamo le restanti 29 mila imprese circa con più di 20 addetti le quali costituiscono la vera testuggine della nostra industria che compete con la concorrenza mondiale. Ed è su questa tipologia di imprese, non sull’intero universo comprensivo delle microimprese, che dobbiamo comparare la nostra produttività.

Confrontando i dati poi si scopre che escludendo le imprese con meno di 20 addetti, la produttività italiana è superiore a quella tedesca pressoché in tutti i settori, eccetto l’automotive, ma non solo:

Nella fascia di imprese piccole (20-49 addetti) e medie (50-249 addetti), globalmente considerate, l’Italia presenta una produttività per addetto nettamente più alta (70.700 euro) rispetto a quella della Germania (57.700 euro). L’Italia prevale sulla Germania in tutti i settori, ad esclusione degli altri mezzi di trasporto. Sono cifre che mostrano con chiara evidenza la forza del cosiddetto “quarto capitalismo” italiano: il vero nocciolo duro del made in Italy.

Ma, attenzione. Escludendo il settore auto, anche nelle grandi imprese la produttività media manifatturiera dell’Italia è sorprendentemente più alta di quella della Germania (tabella 4). Il dato medio è scioccante: 95.900 euro per addetto l’Italia contro 92.300 la Germania. Questa nostra superiorità origina dal fatto che nella maggior parte dei settori la produttività delle grandi imprese italiane supera quella delle grandi tedesche, in particolare nell’alimentare, nelle bevande, nel tessile-abbigliamento, nella carta, nella farmaceutica, nella gomma-plastica, nei minerali non metalliferi, nei mobili, solo per citare alcuni casi. Oppure è in linea con i dati della Germania, come nella chimica, nella metallurgia e negli apparecchi meccanici.

In definitiva:

il made in Italy manifatturiero, specialmente dopo la cura rivitalizzante di Industria 4.0, non teme confronti in termini di produttività del lavoro nemmeno se rapportato ad un benchmark di assoluto livello come la Germania. Anzi, si può affermare sulla base di dati oggettivi che, escludendo le microimprese e il settore degli autoveicoli dal computo della produttività media, il nostro sistema manifatturiero ha una produttività più alta di quello tedesco in termini di valore aggiunto per occupato. Non solo in aggregato ma anche in un notevole numero di settori.

 

 

 

 

 

 


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