È arrivato il primo mega data breach del 2019. La prima grossa raccolta di indirizzi email e password di utenti che dopo aver fluttuato in Rete per un po’ è stata infine identificata da alcuni ricercatori di sicurezza.
Gli Usa e i report sulla manipolazione dei social media
Il Senato Usa ha ricevuto due diversi rapporti sulle attività di disinformazione e manipolazione online dei russi durante e dopo le elezioni presidenziali del 2016.
Avrete tutti letto e straletto dell’arresto di Meng Wanzhou, direttrice finanziaria del colosso cinese delle telecomunicazioni Huawei (nonché figlia del fondatore), mentre faceva uno scalo a Vancouver in una rotta tra Hong-Kong e Messico.
Due giorni fa è stata rivelata un’enorme, pesantissima, globale violazione di dati personali. E se siete stati in un hotel della catena Starwood negli ultimi 4 anni vi riguarda.
Avrete ovviamente sentito che c’è stato un grave “attacco alle PEC”, alla posta elettronica certificata di un gestore italiano, con compromissione di 500mila account, di cui 98mila della Pa collegata al Cisr (il Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica, che comprende i ministeri della Giustizia, dell’Interno, della Difesa, degli Esteri, dell’Economia e dello Sviluppo Economico, la presidenza del Consiglio dei ministri e dell’Autorità delegata), per 3mila domini (fra pubblici e privati) coinvolti, blocco dei tribunali, in particolare dei servizi informatici degli uffici giudiziari dei distretti di Corte di Appello, e conferenza stampa dei vertici della nostra intelligence, secondo la quale sarebbe l’attacco “più grave avvenuto nel 2018″.
Facebook e l’agenzia di PR che ha scatenato una crisi di PR
Questa è stata la storia bomba della settimana. Tutto nasce da una inchiestona del New York Times che racconta delle tattiche usate da Facebook per deviare l’attenzione dalle critiche verso la propria piattaforma e dalla sua incapacità a frenare influenze straniere, tattiche che includerebbero anche i servigi di una spregiudicata società di PR di area conservatrice.
Ha fatto discutere una per altro interessante intervista al New York Times del suo Ceo Sundar Pichai, in cui il numero uno di Google, per spiegare il fatto di operare in Paesi soggetti a censure, sembra fare un paragone tra il diritto all’oblio codificato dall’Europa per proteggere la vita di singoli individui con la censura di Stato in Cina su temi politici e storici attraverso un sistema di filtri e blocchi noto come Great Firewall.
A dispetto dell’accusa di essere progressista e “liberal” mossa da Trump alla Silicon Valley e alle sue piattaforme, in questa settimana un’ondata di articoli e segnalazioni hanno messo in luce il modo in cui queste stesse piattaforme sono invece usate dalla destra estrema, dagli Stati Uniti al Brasile.
Nelle scorse edizioni parlavamo dei copiosi finanziamenti sauditi alle startup americane (e occidentali). Ma l’Arabia Saudita è sempre più nel mirino dei media (americani) per l’uccisione del giornalista Jamal Khashoggi avvenuta nel consolato saudita di Istanbul, e infine ammessa nelle scorse ore a denti stretti da Riyadh – anche se fatta passare per “incidente”.
Dopo essersi coltivata i rapporti con Washington e aver investito in blue chips, l’Arabia Saudita, sotto la guida del principe Mohammed bin Salman, è passata a investire nell’hi-tech, saltando da Wall Street alla Silicon Valley, proprio quella Silicon Valley che spesso dice di voler migliorare il mondo con le sue tecnologie.
Microchip inseriti per spiare l’industria e il governo americano?
Un attacco al cuore della filiera produttiva dell’industria dei computer. Condotto segretamente dalla Cina.
Il 25 settembre Facebook ha scoperto una falla di sicurezza che riguarda 50 milioni di utenti. Questa falla ha permesso a degli hacker di impossessarsi dei token di accesso degli utenti, cioè delle chiavi digitali che mantengono il login di un utente su un servizio senza che debba reinserire le password.
Mentre ci avviciniamo alle elezioni americane di medio termine, aumenta (e aumenterà) l’attenzione sul rischio interferenze/hacking/propaganda russa o comunque straniera. Mettiamolo in conto.
Ricordate Wannacry, il ransomware che nel maggio 2017 bloccò aziende e uffici in molti Paesi, inclusa una parte del servizio sanitario nazionale in Gran Bretagna?
Questa settimana il tema forte è stato il tracciamento degli utenti online e l’incetta dei loro dati per profilarli. Tema che si era imposto con lo scandalo Cambridge Analytica (per le implicazioni politiche dirette), ma ora – finalmente – comincia pian piano a emergere la questione della profilazione commerciale.
Tanta carne al fuoco su questo fronte questa settimana, e anche tanto fumo. Cerchiamo di diradare le nebbie. Già nei giorni scorsi si era parlato di nuovi tentativi di disinformazione attraverso account finti sui social media da parte di Stati.
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