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La censura cinese e l’università svizzera

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Per alcuni tweet ha perso il dottorato. La Neue Zürcher Zeitung racconta la disavventura di un dottorando svizzero dell’università di San Gallo, che studiava l’inquinamento in Cina ed aveva vissuto per tre anni a Wuhan. Tornato in Svizzera a Natale del 2019, si era ritrovato bloccato in patria a causa dello scoppio della pandemia; a quel punto aveva deciso di mettere a frutto la sua conoscenza della città che era diventato l’epicentro del disastro, e di aprire un account Twitter, su cui espresse pareri molto critici verso l’operato del governo cinese. Nonostante avesse meno di dieci follower, il suo account non dovette passare inosservato: nell’arco di qualche giorno la sua relatrice decise di interrompere il loro rapporto di lavoro, dicendo di aver ricevuto accuse che stava diffondendo materiale “neonazista”, diffamatorio e razzista; più in concreto, espresse il timore di non poter più ricevere un visto per viaggiare in Cina, a causa delle opinioni del suo studente. A complicare le cose, il dottorando si era appena disiscritto dall’Università di San Gallo, con l’obiettivo di rinnovare il proprio contratto con la stessa relatrice, e facendo una cotutela con un’università cinese. A causa di questo limbo istituzionale in cui si trovava, non ci sono state alternative all’interruzione del dottorato.

Only a few people in Switzerland have sought to disclose and criticize Chinese attempts to influence universities here. However, Gerber’s case demonstrates that China’s aggressive foreign policy can in fact influence how academics in Switzerland publicly express themselves, and how they deal with critical comments from their students. It shows that some researchers are willing to restrict their own and others’ activities in order to avoid upsetting China.

(…) Vice-President of External Relations Ulrich Schmid said: «St. Gallen is unreservedly committed to the freedoms of teaching and research. However, the freedom of research is in no way implicated here, since the issue concerns private statements by the former doctoral student, which he published via a social network.» Schmid said he could not comment on the tweets. «However, the fact that they obviously generated considerable discussion, and were perceived as racist, justifies the professor’s desire to distance herself clearly from them.»

Immagine da Flickr.


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