Simone Cosimelli, laureato in storia, pubblicista e divulgatore, descrive il conflitto tra la visione del mondo proposta dagli storici e quella proposta dai geopolitici in un articolo pubblicato su Il Tascabile.
Secondo la sua descrizione, la visione degli storici è che il passato non è una sequenza lineare di eventi ma uno spazio di possibilità, alternative mancate e fratture. In questo senso, la storia viene intesa come una costruzione interpretativa che richiede mediazioni e coinvolgimento attivo:
… la storia è una tela cucita da mani diverse in tempi differenti, ragion per cui, scrutandola, l’angolazione che scegliamo può rivelare trame inaspettate, fili trascurati e cuciture raffazzonate che coprono gli squarci più larghi.
A questa impostazione, Cosimelli contrappone l’ascesa dell’approccio geopolitico, che soprattutto dall’invasione russa in Ucraina ha acquisito una forte centralità nel discorso pubblico. La geopolitica appare seducente perché crea ordine nel disordine, offre mappe concettuali semplici, traiettorie leggibili e spiegazioni apparentemente coerenti della complessità del mondo.
Il nodo critico centrale dell’articolo è, però, che questa semplificazione ha un costo elevato: l’approccio geopolitico tende a comprimere la storia, trasformando lo spazio geografico in una gabbia concettuale capace di appiattire la densità del passato.
La temporalità viene ridotta a sfondo, gli eventi storici sono selezionati e levigati in funzione dell’attualità, mentre processi sociali, conflitti interni, culture politiche e mobilitazioni collettive vengono marginalizzati o eliminati.
In questo modo, la geopolitica non si limita a descrivere: pretende anche di essere capace di prevedere e prescrivere, assumendo una postura che, come ha osservato lo storico Mario Del Pero per Treccani rivendica:
capacità predittive e, quindi, un ruolo prescrittivo: è conoscenza applicata, orientata verso un futuro che le sue leggi imperiture, validate dal processo storico, permettono di anticipare e se necessario influenzare.
Cosimelli sottolinea come questa impostazione favorisca una visione deterministica, secondo cui i rapporti di dominio sarebbero il risultato quasi inevitabile di caratteristiche profonde e immutabili degli attori storici: l’analisi dei geopolitici si concentra su chi platealmente primeggia nel presente, dal momento che, per farlo, deve aver dimostrato nel passato di possedere tutte le carte in regola per vincere la partita.
Il successo attuale della visione geopolitica viene infine interpretato come parte di una più ampia “grammatica del disincanto” in un contesto culturale segnato da cinismo, sfiducia democratica e mentalità a somma zero, in cui il conflitto è percepito come inevitabile e la cooperazione come illusione.


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